Chi Sono
Utente: giogiopic
Nome: Giovanni Picone
portavoce Movimento RES - Via Dante de Blasi 57 Roma - Tutti i lunedì ore 18.30 - movimentores@libero.it

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Obeittivi
PAROLE D'ORDINE PER IL TUO FUTURO
ROMA, la nostra civiltà, EUROPA, la nostra Patria, SOCIALE, la nostra lotta
.
.

Per una nuova classe politica
Rinnovare senza Rinnegare!
...
..
Categorie
Contatore
*loading* visite
Frase del Giorno
19/01/1969 - 19/01/2009
C'è ancora chi lotta, c'è ancora chi spera, questo martire lo vogliamo nell'arena
GRANDE EUROPA, Jan Palach "Martire europeo"

Citazioni
"Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui" Ezra Pound

"Tiçchfaid àr la" Il nostro giorno verrà


"Esiste uno spazio nella Vita di tutti noi, anche chi non lo sa o non lo vuole, da regalare doverosamente agli altri: alcuni lo chiamano volontariato, altri servizio, altri filantropia..Noi la chiamiamo Politica" dono di Federica Mancinelli a RES

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Crediti
Template e grafica by
IN ARIA... & kiocciola

Immagine by
Planet Renders

Distribuito su
IN ARIA..., kiocciola, NST & GRAFICA DI STILE
Movimento Roma Europa Sociale - Via Dante de Blasi 57 (Roma), tutti i lunedì ore 18.30 - movimentores@libero.it
sabato, 07 febbraio 2009
10 FEBBRAIO: IO RICORDO ... dossier terre irridente - Istria Fiume Dalmazia

10 Febbraio, giorno del ricordo

 

 

Istria, Fiume e Dalmazia, 300.000 esuli, 25.000 infoibati...erano ITALIANI!

 

 

L’ISTRIAEspandi] Sostieni Wikipedia: un progetto non profit. — Dona  [

L'Istria (in croato ed in sloveno Istra) è la più grande penisola del Mare Adriatico (superficie: circa 3.600 km²). Il nome derivebbe dall'antico popolo degli Istri o dal latino Hister, cioè Danubio, a indicarla come regione del confine danubiano. La maggior parte dell'Istria appartiene alla Croazia. Una piccola parte, che comprende le città costiere di Isola d'Istria (Izola), Portorose (Portorož), Pirano (Piran) e Capodistria (Koper), rientra invece nel territorio della Slovenia. Una parte minima della penisola (limitata all'incirca ai territori del comune di Muggia e di San Dorligo della Valle/Dolina) si trova in territorio italiano.

STORIA

Istria romana

Il nome deriva dalla tribù degli Histri, di probabile origine illirica. Occorsero ai romani due campagne militari per soggiogarli nel 177 a.C. Augusto creò numerose colonie di legionari in Istria, allo scopo di proteggere i confini orientali dell' Italia romana dai barbari. Secondo lo storico Theodor Mommsen, l'Istria era completamente latinizzata nel V secolo.

Alto medioevo

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, l'Istria venne saccheggiata dai Goti, quindi passò sotto il controllo di Bisanzio (538) e in questo periodo storico si sviluppò un dialetto del ladino parlato dagli abitanti della Istria settentrionale (nell'Istria meridionale si sviluppò l'Istrioto). In questo periodo gruppi di italici e di slavi si trasferirono in Istria. I primi si stabilirono lungo la costa e in alcune zone interne dell'Istria occidentale, mentre i secondi nell'entroterra e su alcuni tratti del litorale adriatico orientale.

Periodo veneziano

La conquista veneziana della maggior parte dell'Istria iniziò nel XII secolo e poteva dirsi praticamente conclusa attorno alla metà del '300.  Fra il XIV e il XVI secolo numerosi pastori romeni si rifugiarono in Istria durante le invasioni ottomane, e (mescolandosi con i discendenti dei locali ladini, secondo Antonio Ive) formarono una popolazione di lingua istrorumena, tuttora presente a Seiane e nelle vallate intorno al Monte Maggiore dell'Istria. Durante i primi secoli dell'epoca moderna, e in particolare nel Seicento, la regione fu devastata da guerre e pestilenze, perdendo gran parte della propria popolazione. Per colmare il vuoto che si era creato, il governo della Serenissima ripopolò ampie zone dell'Istria con coloni di diverse etnie slave (oltre che con greci e albanesi). L'Istria assunse così la propria caratteristica composizione etnica, con la costa ed i centri urbani di lingua sia istroveneta che istriota e le campagne abitate prevalentemente da slavi e da altre popolazioni di origine balcanica.

Periodo napoleonico

A seguito del trattato di Campoformio l'Istria assieme a tutto il territorio della Repubblica di Venezia fu ceduta agli Asburgo d'Austria. Dal 1805 al 1813 cadde sotto la dominazione francese ed i suoi destini furono decisi da Napoleone. Dal 1805 al 1808 fece parte del Regno d'Italia napoleonico ed in seguito fu inserita nelle Province Illiriche, direttamente annesse all'Impero francese. Nel 1814 l'Istria tornò sotto gli Asburgo. Nel 1825 l'Impero austriaco costituì la provincia istriana, che nel 1861 divenne autonoma con propria dieta a Capodistria (Marchesato d'Istria). Quando Venezia si ribellò nel 1848, la maggior parte delle città istriane si ribellarono all'odiato dominio Asburgo, innalzarono di nuovo il vessillo di San Marco e inviarono importanti aiuti alla città assediata, inoltre dura fu la repressione degli Asburgo, soprattutto contro la maggioranza della popolazione di lingua italiana. L'Istria era abitata da italiani, croati, sloveni e gruppi minori di valacchi/istro-rumeni e serbi.

 

XIX secolo

Gli italiani erano maggioranza in tutta la fascia occidentale costiera e in quasi tutti i centri principali dell'interno, il che aveva causato in epoca moderna una serie di dicotomie collegate alla differenziazione etnica di base: gli italiani in genere erano cittadini, più ricchi e più istruiti e dominavano nelle classi intellettuali; sloveni e croati erano invece in genere contadini e più poveri e solo nel tardo XIX° secolo iniziarono ad esprimere dal proprio interno un ceto intellettuale. Nel XIX secolo, con la nascita e lo sviluppo dei movimenti nazionali italiano, croato e sloveno, iniziarono i primi attriti fra gli italiani da una parte e gli slavi dall'altra. L'Istria era una delle terre reclamate dall'irredentismo italiano. Gli irredentisti sostenevano che il governo Austro-ungarico incoraggiava l'immigrazione di ulteriori slavi nella regione per contrastare il nazionalismo degli italiani.

Prima e Seconda guerra mondiale

A seguito della vittoria italiana nella prima guerra mondiale con il trattato di Saint-Germain-en-Laye (1919) e il trattato di Rapallo (1920) l’ Istria divenne parte del Regno d'Italia. Il censimento del 1921 ribaltò i risultati della rilevazione austriaca del 1910, sia per quanto riguarda la Venezia Giulia nel suo insieme che l'Istria, indicando in regione una maggioranza di popolazione culturalmente italiana. Con l'avvento del fascismo (1922) si inaugurò una politica d'italianizzazione forzata, fu vietato l'insegnamento dello sloveno e del croato in tutte le scuole della regione e gran parte degli impieghi pubblici furono assegnati agli appartenenti al gruppo etnico italiano. Decine di migliaia di croati e sloveni furono in tal modo costretti ad emigrare nell'allora Regno di Jugoslavia o in altri paesi esteri. Durante la seconda guerra mondiale a causa dell'occupazione della Jugoslavia da parte delle potenze dell'Asse le relazioni fra italiani e slavi peggiorarono ulteriormente. Dopo l'occupazione della Jugoslavia avvenuta nel 1941, si intensificarono gli atti di violenza contro gli sloveni e croati in Istria. La politica di bonifica etnica del confine - come venne definita nei documenti fascisti - avviata già nel decennio precedente, si affiancò alla repressione dell'antifascismo partigiano, con casi di rappresaglie, incendi di villaggi e internamenti della popolazione civile. Con la diffusione della resistenza partigiana slovena e croata nell'Istria (nel 1942, e soprattutto nel 1943), la repressione fascista, che prima della guerra era stata attuata perlopiù tramite una legislazione mirata a conculcare le culture slovena e croata, si tradusse in azioni squadriste dirette contro singoli oppositori. A seguito degli avvenimenti dell'8 settembre del 1943 la comunità italiana restò in balia di tedeschi e della resistenza croata. Quest'ultima era più efficiente e preparata militarmente del movimento di liberazione sloveno che invece operava nella parte settentrionale della penisola. Buona parte della regione cadde, per un breve periodo, sotto il controllo dei partigiani slavi aderenti al movimento partigiano di Tito. In questo breve lasso di tempo si verificarono i primi episodi di violenza anti-italiana, che provocarono un numero non del tutto precisato di vittime (tra 250 a 500). Nella seconda metà del mese di settembre del '43 la regione fu occupata dai tedeschi che la incorporarono al cosiddetto Adriatisches Küstenland, sottraendola al controllo della Repubblica sociale italiana, senza comunque proclamare la sua formale annessione al Terzo Reich. Nell'aprile e maggio del 1945 l'Istria fu occupata dall'armata jugoslava di Tito che l'aveva liberata dall'occupazione nazista, grazie allo sforzo congiunto della resistenza locale (sia slava che italiana) ma la politica di persecuzioni, vessazioni ed espropri messa in atto da Tito ai danni degli Italiani, culminata nel dramma delle Foibe, già sperimentata nel settembre del 1943, spinse la massima parte della popolazione locale di etnia italiana ad abbandonare l'Istria, dando vita ad un vero e proprio esodo.

Il dopoguerra

Dopo la fine della seconda guerra mondiale con il trattato di Parigi (1947), l'Istria venne assegnata alla Jugoslavia, con l'eccezione della parte nord occidentale, che formava la Zona B del Territorio libero di Trieste. La zona B rimase sotto amministrazione jugoslava e dopo la dissoluzione del Territorio Libero di Trieste nel 1954 (memorandum di Londra), fu di fatto incorporata alla Jugoslavia. Tale annessione fu ufficializzata col trattato di Osimo (1975).

 

L’ESODO

Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale un gran numero di italiani fu soppresso dai partigiani titini. Sulla quantificazione delle vittime (fra le 4.500 e le 17.000 secondo le stime più attendibili) vi sono tuttora aspri dibattiti. Si stima che circa il 90% circa appartenenti al gruppo etnico italiano abbia abbandonato definitivamente l'Istria.  A metà degli anni cinquanta, quando l’ultima ondata dell’esodo fu completata, l’Istria aveva perduto metà della sua popolazione e gran parte della sua identità sociale e culturale. Dopo l'esodo, le aree rimaste disabitate furono ripopolate da croati e sloveni e, in minor numero, da popolazioni di altre nazionalità jugoslave, come serbi e montenegrini. Nel 1954, l'esodo era pressoché concluso e le persecuzioni più evidenti cessarono. Agli italiani rimasti furono assicurate delle tutele, anche se molto spesso solo sulla carta. In alcune città dell'Istria - prevalentemente quelle della ex Zona B del Territorio Libero di Trieste, come previsto dal Memorandum di Londra del 1954 - fu introdotto il bilinguismo (sloveno-italiano o croato-italiano); la bandiera della comunità nazionale italiana (il tricolore italiano con la stella rossa al centro: la stessa bandiera utilizzata dai partigiani italiani filojugoslavi durante la guerra) poté essere esposto sugli edifici pubblici e nelle cerimonie. Agli italiani fu mantenuto il diritto di avere propri periodici e una propria radiotelevisione, il tutto comunque strettamente asservito al volere del partito; venne inoltre garantito il diritto di ricevere l'istruzione elementare e media nella propria lingua, anche se la chiusura di molte scuole italiane spesso impedì che tale diritto potesse trovare una attuazione pratica. In realtà, tutte le forme di tutela previste dalla costituzione e dalle leggi jugoslave furono spesso meramente formali, tanto che alcuni fra gli studiosi della minoranza affermano che durante il regime comunista vi fosse "una realtà revanscista che minacciava di sopprimerli". Parecchi cittadini di madrelingua italiana che decisero di restare in Istria dopo il 1947 furono sottoposti, dopo la rottura di Tito con Stalin nel 1948, a persecuzioni in quanto sospetti di essere "stalinisti". Alcuni furono internati nel famigerato gulag di Goli Otok. Tra i superstiti di questo campo concentramento va ricordato il noto poeta in istrioto Ligio Zanini.

 

STORIA CONTEMPORANEA

Dopo la disintegrazione della Jugoslavia, la Slovenia indipendente confermò le medesime garanzie, sia pure rifiutandosi di firmare un accordo internazionale con l'Italia relativo alla tutela delle minoranze, già definito in una serie di incontri bilaterali. In Croazia, a causa della recrudescenza del nazionalismo fomentato dal partito nazionalista Unione Democratica Croata (HDZ) di Franjo Tuđman, vi furono numerosi tentativi di limitare i diritti degli italiani e le specificità dell'Istria. Gli istriani di ogni etnia reagirono fondando la Dieta Democratica Istriana, un partito multietnico che si batté con successo per l'autonomia dell'Istria nell'ambito della Croazia. Con la sconfitta dell'HDZ, vennero finalmente riconosciute agli italiani tutte le tutele che già godevano sotto la Jugoslavia. In alcuni centri abitati delle due Repubbliche di Slovenia e di Croazia, le stesse autorità locali hanno da tempo messo a disposizione dell'Unione degli Italiani locali e spazi in cui riunire i propri iscritti.

 

CITTA’ DI FIUME

Vai a: Navigazione, cerca

 

Il suo nome latino originario è Tarsatica (da cui il nome del rione Tersatto); successivamente si chiamò Vitopolis e Flumen; per quanto riguarda le altre lingue ufficiali dell'ex impero Austro-Ungarico, in tedesco il suo nome era Sankt Veit am Flaum o Pflaum (sebbene oggi sia accettata la forma croata), in ungherese originariamente Szentvit e oggi Fiume, in sloveno Reka; infine, in friulano è chiamata Flum (più propriamente Sant Vît di Flum o Flum dal Cjarnâr) e nei dialetti locali croati è Reka o Rika.

STORIA

Romani

Il posto dell'odierna città era anticamente abitato dalla tribù illirica dei Liburni: conquistato dalle legioni della Repubblica Romana nel 60 a.c. fu fondato il municipio con il nome di Tarsatica.

Medioevo

Nel medioevo la città passò sotto il successivo controllo franco-croato e del vescovo di Pola dal 1000: in questo periodo la città si governò da comune autonomo raggiungendo una notevole prosperità commerciale favorendo anche l'immigrazione di mercanti italiani. Fiume poi diventò ungherese prima di finire all'Austria degli Asburgo nel 1471.

Asburgo

Nel XVII secolo il commercio fiumano si estese sino in Puglia quindi aumentò l'immigrazione marchigiana e veneta. La Repubblica di Venezia, che fu una forza importante nella zona, non ne ebbe mai il controllo se non per una brevissima parentesi nel 1508 ma la distrusse due volte. Tra le tante lingue parlate in città si usò, sino la fine della seconda guerra mondiale, il fiumano, ossia il veneziano "de mar", del quale esiste anche un dizionario fiumano/italiano ed è una parlata tuttora usata in prevalenza dai fiumani ultra cinquantenni poiché le generazioni successive, quando usano l'idioma materno, tendono a servirsi prevalentemente dell'Italiano standard.

La prima guerra mondiale

La sconfitta dell'Impero Austro-Ungarico nella prima guerra mondiale e la sua conseguente disintegrazione portarono alla costituzione di due amministrazioni rivali (italiana e croata), in quanto sia l'Italia sia il nascente Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia) rivendicavano la sovranità sulla città. Dopo una breve occupazione italiana, una forza internazionale anglo-franco-statunitense ri-occupò la città (novembre 1918), ed il suo futuro venne discusso alla conferenza di pace di Parigi (1919). L'Italia avanzava le sue pretese in quanto la maggioranza della popolazione del cosiddetto "corpus separatum" era italiana, mentre gli iugoslavi facevano altrettanto giustificando che l'area circostante Fiume fosse a maggioranza slava. Il confine tra il "corpus separatum" e l'area circostante era delimitato dalla Fiumara (detta anche Eneo, l'antico porto cittadino); inoltre, il primo sobborgo ad est della città (Sušak, in italiano Sànsego di Fiume, oggi quartiere cittadino) era a maggioranza croata. I negoziati si interruppero bruscamente quando, il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani composta da circa 2500 legionari, guidata dal celebre poeta Gabriele d'Annunzio, partita da Ronchi di Monfalcone (ora Ronchi dei Legionari in ricordo dell'impresa di Fiume), occupò la città e fondò uno Stato definito Reggenza Italiana del Carnaro. L'ispirazione ideologica nazionalista di tale Stato lo ha fatto considerare da alcune correnti storiografiche come un possibile modello di riferimento per il regime fascista in Italia, che riprese alcuni dei suoi aspetti. Alcuni storici, come diverse fonti, sostengono che i primi ad adottare il saluto romano furono proprio l'immaginifico scrittore ed i suoi seguaci a Fiume. L'italianità della città era rivendicata con orgoglio dagli stessi abitanti, i quali erano per la maggior parte italiani (nei risultati del censimento ungherese del 1910: il 48,6% di lingua materna italiana; il restante 51,4% era diviso in varie etnie. Lo stesso Lenin appoggiò la Reggenza dannunziana, vedendo nel suo capo un possibile capo rivoluzionario per le masse italiane oppresse . L'appoggio leninista venne ricambiato: la Reggenza del Carnaro fu infatti il primo Stato al Mondo a riconoscere l'Unione Sovietica. Il fascismo s'impossessò del mito e del simbolismo di Fiume, come si impossessò dei simboli degli Arditi d'Italia

Il dopoguerra

L'epilogo della seconda guerra mondiale vide ancora una volta il destino della città determinato da una combinazione di forza e diplomazia. Questa volta le truppe jugoslave avanzarono ai primi di maggio del 1945 fino a Trieste, Fiume fu presa il 3 maggio, e la situazione fu formalizzata dal Trattato di Pace di Parigi dalle forze alleate il 10 febbraio 1947: i diplomatici presero atto dello stato di fatto. Da Fiume scappò la maggioranza della popolazione, in prevalenza italiana, per paura delle violenze slavo-comuniste. L'esodo si concluse nei primi anni cinquanta e coinvolse oltre quarantamila cittadini (più del 70% della popolazione precedente il 1945). Fiume venne ripopolata massicciamente con abitanti provenienti dalle più disparate regioni della nuova Jugoslavia di Tito, anche se i primi anni del dopoguerra furono terribili: le distruzioni operate dai tedeschi si accompagnarono alla sparizione dell'intero ceto dirigente cittadino (eliminato o esodato), cui si aggiunse la fuga della massima parte degli impiegati, dei commercianti, degli operai del porto e delle fabbriche fiumane. Tutto ciò causò un blocco quasi totale delle attività cittadine, cui si cercò di ovviare anche col trasferimento a Fiume di qualche migliaio di operai specializzati del monfalconese (fu il cosiddetto "controesodo"), attratti dal progetto di edificazione di una società ispirata ai principi marxisti. Fedeli al Partito Comunista Italiano e all'Unione Sovietica di Stalin,.

Disgregazione Jugoslavia

Nel giugno 1991, in seguito alla guerra e alla disgregazione della Jugoslavia, Fiume entrò a far parte dell'indipendente Croazia. Fiume riprese in pochi anni il suo ruolo di porto principale della Croazia. La costruzione dell'autostrada Fiume-Zagabria e i vari progetti di sviluppo intrapresi dalla giovane Repubblica di Croazia dimostrano una volta in più l'importanza strategica di Fiume nel contesto dell'intero bacino dell'Adriatico.

 

LA COMUNITA’ ITALIANA

Nel 1910 la maggioranza degli abitanti del comune era di etnia italiana, 24.212 cittadini, seguiti dalle minoranze croata ed ungherese. Con l'annessione alla Jugoslavia la popolazione italiana della città ha scelto in gran parte la dolorosa via dell'esodo e si è sparpagliata in tutta l'Italia (soprattutto a Trieste, Venezia, Roma, Genova) e oltre oceano (Australia, Canada, Argentina, Brasile, Uruguay).

 

DALMAZIA

La Dalmazia (in croato Dalmacija, in latino Dalmatia, in serbo Далмација) è una regione storico-geografica sulla costa orientale del Mar Adriatico, che si estende dalle isole quarnerine a nord-ovest al fiume Boiana, attuale confine tra Montenegro e Albania, a sud-est. La Dalmazia interna (Zagora) si estende fino a 50 km verso l'interno nella parte centrale, e per solo pochi chilometri nella parte meridionale e settentrionale. Attualmente la Dalmazia è divisa tra Croazia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina.

STORIA

preistoria

Si suppone che al momento della prima invasione indoeuropea dell'Europa, l'area adriatica, e quindi anche la Dalmazia, fu occupata da un gruppo di popolazioni affini fra loro, i Liburni, i Giapidi o Japudes e gl'Istri, nell'area orientale, i Piceni, gli Apuli o Japigi nell'area occidentale, sulla penisola italiana. L'area della Dalmazia odierna probabilmente era occupata da tribù di pastori, dediti occasionalmente anche alla pesca e alla pirateria, i Dalmati (Dalmatae) o Delmati. Tale area si congiungeva, nella sua parte più settentrionale, in prossimità del golfo del Quarnero, con quella occupata dai popoli che diedero vita alla cultura dei castellieri. Il centro urbano principale dei dalmati era Delminium, oggi probabilmente in Erzegovina (Duvno), e forse perché originari di questa città già dal 170 a.C. presero il nome con cui sono noti ancora oggi. Probabilmente delminium è un termine di origine albanese che significa pascolo. Già dal 153 a.C i Dalmati erano uniti in una lega e nemici del popolo romano. Publio Cornelio Scipione Nasica li sconfisse per la prima volta e distrusse Delminio. Alcuni storici ricordano anche incursioni celtiche nella costa dalmata, che raggiunsero Salona, arginate poi dai romani.

Età romana

L'area della Dalmazia era tradizionalmente compresa in un vasto territorio corrispondente grossomodo alla Ex-Jugoslavia definito Illiria. Già dal III secolo a.C. Roma inviò ambasciate e spedizioni militari in quest'area per contrastare la pirateria e per favorire i commerci dei cittadini nell'area balcanica.

Venezia ed il cristianesimo

Il cristianesimo si affermò sulla costa dalmata già nel I secolo, ma penetrò nell'entroterra della provincia di Dalmazia molto lentamente, con un notevole ritardo rispetto ad altri territori romani. Sebbene la più antica sede episcopale risalga al 65 secondo la tradizione. Fu occupata dagli Ostrogoti nel 402 e fu parte con la penisola italiana del regno di Teodorico. Settant'anni più tardi fu riannessa all'Impero romano da Giulio Nepote, divenendo poi un thema bizantino («Thema Dalmatia»), formalmente fino al 600. Fino al 1000 l'area fu devastata da guerre e anarchia, da un lato con la popolazione greco-latina che cercava di resistere alle invasioni barbariche rifugiandosi sulle isole e in piccole città stato, legate dapprima all'Impero Bizantino e quindi alla Repubblica di Venezia e Ragusa, dall'altro con i nuovi regni che si andavano formando nell'entroterra: Serbia e Ungheria-Croazia. Venezia, dapprima nemica di alcune città come Ragusa e Cattaro, dominò incontrastata poi su buona parte della Dalmazia dal 1000 al 1797 col consenso della popolazione locale (nel maggio del 1000 Pietro II Orseolo fu nominato dux Veneticorum et Dalmaticorum), dando alla costa adriatica orientale la forte impronta culturale italiana nel Rinascimento e nell'età barocca, assimilando molti slavi. Le invasioni turche nella penisola balcanica spinsero molti serbi a cercare rifugio in Dalmazia, se già nella seconda metà del Seicento l'etnia serbo-croata si impose nella maggior parte dei territori dalmati, la cultura italiana rimase quella dominante per altri due secoli. Nel 1797 lo stato di Venezia che aveva dominato per oltre due secoli la costa adriatica orientale fu occupato dalle truppe di Napoleone. Anche la Dalmazia rientrò nei piani annessionistici napoleonici; dopo un breve periodo in cui le città veneziane dalmate furono annesse all'Austria, a seguito del trattato di Campoformio, esse finirono sotto il controllo francese che vi istituì il governo delle Province illiriche, con l'Istria e parte della Slovenia, di cui fu capitale Lubiana.

XIX secolo

Con la restaurazione il governo illirico fu affidato all'Impero austro-ungarico, nel 1815, che per un breve periodo costituì il Regno di Illiria, e poi definitiviamente il Regno di Dalmazia, con capitale Zara. Nel 1816, all'indomani della restaurazione asburgica, la comunità italiana rappresentava solo la quinta parte della popolazione totale della regione, dopo che molti italiani furono costretti ad allontanarsi dalle loro terre. Nella prima metà dell'Ottocento, cominciò a diffondersi in Dalmazia il movimento illirico, sostenuto dalla maggioranza croata e guidato da un rappresentante di tale gruppo etnico, Ljudevit Gaj. Questo movimento aveva come scopo la creazione di un'unica cultura e coscienza politica degli Slavi del sud. Dopo la prima guerra mondiale, in base al Patto di Londra l'Italia avrebbe dovuto ottenere la Dalmazia settentrionale, incluse le città di Zara, Sebenico e Tenin. Si oppose a questo provvedimento Woodrow Wilson, e la Dalmazia venne annessa al neocostituito Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, con l'eccezione di Zara (a maggioranza italiana) e dell'isola di Lagosta, che con altre isole (Cherso e Lussino) che divennero italiane. La Dalmazia faceva parte della Banovina del Litorale con parte dell'Erzegovina. Con l'avvento dei fascismi, sia italiano che croato, e della Seconda guerra mondiale l'area fu occupata dallo stato italiano che vi istituì il governatorato della Dalmazia e dalla Croazia fascista (Ragusa e Morlacchia), finché con la fine del conflitto e la sconfitta della Germania nazista, tutta la costa adriatica orientale finì sotto la nuova nazione comunista della Jugoslavia federale, che amministrò l'area fino alla dissoluzione dello stato, nel 1991: la Dalmazia fu annessa al territorio croato ed in parte alla Serbia-Montenegro (Cattaro).

 

COMUNITA’ ITALIANA

Attualmente in Dalmazia vi sono comunità italiane di modestissima entità numerica, ultima testimonianza di una presenza che discende direttamente dalle popolazioni di lingua romanza sopravvissute alle invasioni slave. La comunità italiana agli inizi del XIX secolo era ancora consistente ed era maggioritaria in alcuni dei maggiori centri urbani costieri e su alcune isole. Con l'affermarsi del concetto di nazionalismo romantico e il risveglio delle coscienze nazionali, cominciò la lotta fra gli italiani e gli slavi per il dominio sulla Dalmazia. Con il risorgimento italiano il governo austriaco in Dalmazia cercò di contrastare la presenza degli Italiani nelle province, la cui entità numerica andò progressivamente diminuendo nel corso degli anni. Oggi in Dalmazia è in corso il risveglio dell'identità degli ultimi italiani, che hanno costituito delle Comunità degli Italiani  a Cherso, Lussinpiccolo, Veglia, Zara, Spalato, Lesina e Cattaro.

 

 A cura di Danilo Jesus Giglio

Movimento RES (Roma Europa Sociale)

 

 

Scritto da: giogiopic alle ore 11:26 | link | commenti | Categoria:
sabato, 24 gennaio 2009
LA DIFESA DELLA VITA E’ UNA PRIORITA’
MOVIMENTO RES

ROMA EUROPA SOCIALE

Via Dante de Blasi, 57

 00151 Roma

movimentores@libero.it

 

COMUNICATO STAMPA

 

 

LA DIFESA DELLA VITA E’ UNA PRIORITA’

 

RES: “Le misure urgenti per Obama sono la reintroduzione dei fondi per i gruppi abortisti”

 

RES: “I soldi dei contribuenti americani ora usati per finanziare l’aborto o promuoverlo attivamente”

 

 

A pochi giorni dal (doppio) giuramento, il nuovo Presidente americano sta già mettendo in atto alcuni provvedimenti urgenti per il Paese, ma constatiamo con dispiacere che la difesa della vita per lui non è una priorità”, così dichiara in una nota il portavoce del Movimento RES, Giovanni Picone

 

“Non comprendiamo – afferma il portavoce -  questa scellerata fretta di rompere con il passato, anche su temi etici e sociali che andrebbero valutati con la dovuta calma e ragionevolezza”

 

“Con  la reintroduzione – continua la nota - dei  finanziamenti statali alle Organizzazioni internazionali non governative per il controllo delle nascite che accettano l’aborto, Obama cancella quindi 24 anni di politiche <pro-life> americane”

 

“Noi – conclude il RES - ci schieriamo apertamente contro ogni attacco alla vita, che ormai viene minacciata sotto più fronti: dall’aborto all’eutanasia, che sono esempi di una perverso e irrispettoso ideale di “vita”. “

 

 

PER INFO GIOVANNI PICONE  333.40.16.892

Scritto da: giogiopic alle ore 14:13 | link | commenti | Categoria:
venerdì, 23 gennaio 2009
Da Gino Paoli grande caduta di stile

MOVIMENTO RES

ROMA EUROPA SOCIALE

Via Dante de Blasi, 57

 00151 Roma

movimentores@libero.it

 

COMUNICATO STAMPA

 

Pedofilia: atto da condannare, sempre!

 

DA GINO PAOLI UNA GRANDE CADUTA DI STILE

 

RES: “Inaccettabile narrare una storia di pedofilia in questo modo, la pietas è ben altro”

 

RES: “Necessario e urgente introdurre il reato di pedofilia culturale”

 

 

Triste e desolante constatare che dopo 50 anni di carriera e passati ben sette anni dall’uscita del suo ultimo disco, Gino Paoli si presenti di nuovo al pubblico narrando tematiche che mai dovrebbero essere trattate con questa superficialità e alle quali, invece, andrebbero sempre usate parole di ferrea condanna”, così dichiara in una nota il portavoce del Movimento RES, Giovanni Picone

 

“Comprendere e addirittura giustificare l’azione di un pedofilo è un fatto scandaloso, nonché certamente da condannare e irrispettoso per tutte le vittime della pedofilia.”

 

“Non vogliamo credere – continua il portavoce - che al noto artista serva promuovere il suo prodotto usando parole ambigue per creare polemica, ecco perché chiediamo a gran voce misure urgenti per la prevenzione e la repressione della pedofilia, che a nostro avviso partono proprio dal reprimere la diffusione, almeno e soprattutto dal canale della “lirica”, di tematiche così delicate e trattate con questa intollerabile superficialità.”

 

“Siamo pronti a manifestare – conclude il RES – se sabato, durante l’intervista già programmata da settimane a ‘Che tempo che fa’ con Fabio Fazio, l’artista non prenda le dovute distanze dalle sue ultime dichiarazioni, pronunciando finalmente parole di chiara condanna verso la pedofilia e verso il gesto di cui la canzone narra, nel rispetto di tutte le vittime che questa grave piaga sociale ha provocato.”

 

PER INFO GIOVANNI PICONE  333.40.16.892

Scritto da: giogiopic alle ore 14:32 | link | commenti | Categoria:
mercoledì, 21 gennaio 2009

 

MOVIMENTO RES

ROMA EUROPA SOCIALE

Via Dante de Blasi, 57

 00151 Roma

movimentores@libero.it

 

COMUNICATO STAMPA

 

DIFENDIAMO LA DIGNITA’ DEGLI ITALIANI

 

RES: ”Italia – Libia: pari diritti, pari dignità”

 

RES: “A quasi 40 anni di distanza riconoscere i diritti agli italiani rimpatriati è un dovere e un obbligo morale ”

 

Il risarcimento agli esuli libici era un tema che non poteva e non doveva essere lasciato ai margini, soprattutto dopo la firma del trattato di cooperazione e amicizia avvenuto lo scorso Agosto che sanciva la chiusura di tutti i contenziosi in atto tra le due Nazioni,”così dichiara in una nota il portavoce del Movimento RES, Giovanni Picone  

 

“Reputiamo vergognoso – dichiara il portavoce -  versare a Gheddafi un’ulteriore risarcimento per il periodo coloniale ed escludere ai nostri connazionali il riconoscimento dei loro diritti e qualsiasi tipo di indennizzo!”

 

“E’ dal 1970 – prosegue la nota – che le istituzioni italiane non si appellano all’art. 9 del Trattato internazionale violato, stipulato nel 1956, nel quale il governo libico si impegnava a garantire ai cittadini italiani proprietari di beni in Libia, il libero esercizio dei loro diritti”

 

“L’approvazione della mozione, che vede come primo firmatario il Consigliere Comunale di Roma Fabrizio Santori, è un chiaro segnale di come la città di Roma senta in particolar modo questo dovere morale verso gli esuli libici, data la forte presenza di questa comunità nel suo territorio.”

 

“Accogliamo positivamente – continua Picone –  gli sforzi che molti esponenti di centro destra stanno facendo in questa direzione. Oltre al voto per la ratifica del trattato di amicizia e cooperazione in discussione questi giorni, verrà votato in Parlamento l’emendamento per stanziare  un fondo di 50 milioni di euro per gli italiani rimpatriati.”

 

“Ci auguriamo – conclude il RES - che dopo 40 anni di assenteismo, le intenzioni delle istituzioni italiane non restino tali e che in Parlamento maggioranza e opposizione possano trovare soluzioni condivise per riconoscere un degno indennizzo agli italiani rimpatriati dalla Libia.”

PER INFO GIOVANNI PICONE  333.40.16.892

Scritto da: giogiopic alle ore 10:37 | link | commenti | Categoria:
domenica, 18 gennaio 2009
“ STORIE DI RIFORME, DI RIVOLTE E DI UOMINI CONTRO L’OPPRESSIONE COMUNISTA NELL’EUROPA DELL’EST “

L’INSURREZIONE DI BUDAPEST……. 1956

Prima di tutto il bilancio: 46.000 morti in cinque mesi, 75.000 deportati in Russia, di cui 8.000  mai ritornati. 228 esecuzioni a cura del governo KADAR, tornato a bordo dei furgoni dei sovietici e imposto da loro. 25.000 ungheresi si erano dati alla macchia dal novembre del 1956. E un numero imprecisato è scomparso, mentre dal 1960 al 1963 c’erano ancora circa 36.000 ungheresi deportati in Unione Sovietica. La politica dell'Unione Sovietica era quella di appoggiare ed imporre negli stati satellite solo governi di stile sovietico, usando se necessario anche la forza, divenne nota come Dottrina Brezhnev, dal nome del leader sovietico Leonid Brežnev, che fu il primo a teorizzarla pubblicamente, sebbene di fatto fosse già stata applicata fin dai tempi di Stalin. Questa dottrina fu la base della politica estera sovietica fino a quando, negli anni ottanta, sotto Mikhail Gorbačëv, fu sostituita dalla cosiddetta Dottrina Sinatra.

 
Migliaia di manifestanti riempiono le strade di Budapest il 23 ottobre 1956 in segno di solidarietà con l’immensa protesta del mese precedente, degli operai e degli studenti in Polonia. Qui è giusto aprire una parentesi sulle rivolte che hanno animato la Polonia prima ancora della rivolta in Ungheria e della Primavera di Praga. Le proteste in Polonia furono così massicce e con così tante vittime nelle fabbriche di Poznan, che Mosca dovette combinare con Varsavia un mutamento di uomini alla testa della sua colonia polacca;

 dopo la morte di Stalin nel 1953, i polacchi avanzarono richieste di riforme istituzionali e di maggiore autonomia dai sovietici. Nel giugno 1956 una protesta di lavoratori nella città di Poznań fu duramente repressa dalle forze di polizia, il cui intervento causò 53 morti e diverse centinaia di feriti. In ottobre Gomułka, che era stato riammesso nel partito, fu nominato primo segretario, mentre alti funzionari staliniani furono allontanati. Gomułka diventò la figura dominante della Polonia. Egli operò con cautela per conciliare i sentimenti nazionalisti con quelli filosovietici e introdurre moderate riforme politiche pur assicurando la continuità del sistema. Nel 1956 concesse la libertà al primate Wyszyński, garantendo ai cattolici una maggiore possibilità di espressione e di culto. Nel 1957 consentì a candidati indipendenti di presentarsi alle elezioni e avviò un dialogo autonomo con l’Europa occidentale. Il “socialismo nazionale” di Gomułka non fermò tuttavia la crescita dell’opposizione, sia di tipo liberale, sia di tipo nazionalista, spesso venata di antisemitismo.

 
Compreso il motivo delle protesta torniamo a quei giorni a Budapest, dei giovani rovesciano la statua gigante di Stalin nel parco municipale. È la prima volta che un simbolo simile viene abbattuto! L’apparato del Partito ungherese è preso dal panico. La polizia manifestamente non vuole sparare. I soldati sovietici del settore discutono. Non vogliono sparare sulla folla che, d’altra parte, in ragione di 300.000 persone nella capitale, non è aggressiva, ma partecipa a una specie di festa, tanto che crede di potersi esprimere finalmente in pubblico, come mai prima dal 1945.

Ma il numero uno del PC, il sinistro GEROE, prende la parola alle ore 20.00 con un discorso radiodiffuso. Respinge le domande di allargamento delle maglie della censura, dei diritti degli operai e degli studenti e urla persino contro di essi degli epiteti volgari e spregiativi. Alle 21.00, l’AVH - la Gestapo ungherese - abbatte all’improvviso 12 persone, sparando sulla folla che si ammassava davanti al palazzo della radio.

Allora inizia il dramma. Per vendicare i propri, alcuni manifestanti si impadroniscono delle armi di decine di poliziotti... molti dei quali non oppongono resistenza. I subordinati di Mosca fanno appello alla 92ma divisione blindata, che staziona nei pressi di Budapest. Alcuni insorti si impadroniscono dell’immobile della radio, ma ne vengono espulsi quando, verso le 2 del mattino, quei blindati sovietici si schierano.

 

È l’inizio di cinque giorni di combattimenti nelle strade. In un primo tempo, il 24 ottobre alle 8,13, Andreas Hegedus viene sostituito come Primo Ministro da Imre NAGY. Ma il 25 una decina di città vede a sua volta la stessa sollevazione, ciò che sta avvenendo è una vera e propria rivoluzione antisovietica. I blindati sovietici nella capitale sparano contro ogni assembramento. Quel 25 ottobre, GEROE cede il posto a JANOS KADAR. Per diversi giorni Hegedus e Kadar fanno credere ad una nuova era: dei non-comunisti entrano al governo. Ciò non impedisce che, ancora il 27 ottobre, le truppe russe rimangano attorno ai palazzi ufficiali. Alcuni insorti attaccano in diverse strade. Cinque radio clandestine trasmettono nel paese. Vengono distribuiti giornali clandestini. In provincia nascono alcuni consigli di fabbrica. Il 29 ottobre, viene annunciato lo scioglimento dell’AVH. Il 31 ottobre il cardinale MINDZENTY esce dalla residenza sorvegliata dove veniva custodito dopo la sua prima scarcerazione, nel 1955. Quello stesso giorno i blindati si ritirano dalla capitale. Mosca invia sul posto, apparentemente per negoziare, Michail Suslov e Anastas Mikoyan, mentre YURI ANDROPOV, a quel tempo ambasciatore in Ungheria, assicura che le divisioni dell’URSS iniziano a lasciare il paese! In realtà, le truppe sovietiche vengono stanziate sui confini del paese mentre altre unità si preparano, dopo la Romania, la Cecoslovacchia e la Germania dell’Est, a un entrata in forze sui punti strategici del paese.

Il 4 NOVEMBRE, dopo quattro giorni di false trattative, per guadagnare tempo, i carri armati sovietici entrano a Budapest. Alcune unità del KGB, dal giorno 2, erano giunte all’aeroporto della capitale.

Dal 4 novembre al 9 dicembre, i combattimenti continuano in diversi quartieri della periferia di Budapest e in provincia. Il 9, gli operai delle segherie di CESPEL, come quelli di GYÖR, di PECS e di altri centri industriali resistono con le loro povere armi leggere o con le bottiglie molotov. Giungono sul posto dei rinforzi mongoli e KADAR assume la direzione delle operazioni. Il cardinale Mindzenty si rifugia appena in tempo nella legazione americana. IMRE NAGY si è dovuto rifugiare nei locali dell’Ambasciata di Jugoslavia. Ancora alla fine del mese di ottobre aveva creduto che il clan sovietico che lo proteggeva e lo aveva spinto avanti, avrebbe continuato a proteggerlo! Crede che jugoslavi e romeni, che gli propongono di andare a Bucarest, lo proteggeranno. In realtà, il 26 novembre, KADAR lo ha accusato ufficialmente di essere sceso a patti con i contro-rivoluzionari. Il 12 dicembre, quando viene proclamata la legge marziale, il paese viene paralizzato da uno sciopero generale dei lavoratori, che durerà fino al 13 gennaio 1957, quando viene decisa la pena di morte contro tutti gli scioperanti...

Il 20 marzo, KADAR si reca a Mosca a rendere omaggio all’intervento sovietico. Il 27 aprile firmerà accordi di "stazionamento temporaneo" delle truppe sovietiche in Ungheria. Vi rimangono per altri trentadue anni.…..

 

LA PRIMAVERA DI PRAGA 1968

 
Era iniziata una primavera, una primavera in cui tutto il popolo cecoslovacco era euforico pensando al fatto che finalmente alcune libertà basilari, come quelle di riunione e di stampa, fossero finalmente ristabilite.

A sostegno di tanta speranza c’era il fatto che fosse il governo cecoslovacco stesso a volere tali riforme, la situazione era diversa dall’Ungheria di dodici anni prima, dove la rivoluzione era stata fatta e voluta soltanto da rivoltosi con l’appoggio silenzioso della maggioranza della popolazione, qui si trattava di un governo libero di un paese sovrano a volere tali riforme, cosa poteva dunque impedirlo?

La primavera, stagione di vita e di risveglio della natura era cominciata in quel 1968,  venne un'estate di carri armati.

 

Poi finì così, il 25 gennaio 1969. I funerali di Jan Palach. Il giovane divenne; il simbolo di una Cecoslovacchia silenziosa, ma cosa ancor più grave di un popolo senza più speranza.

 
Per protestare contro l'occupazione sovietica della Cecoslovacchia un gruppo di giovani ha deciso di immolarsi appiccandosi il fuoco dopo essersi cosparsi di benzina, nella principale Piazza della città, Venceslao per attirare l'attenzione di tutto il mondo all'occupazione militare che invece i sovietici vorrebbero far apparire come volontà popolare.

“Considerato che i nostri due popoli s trovano sull'orlo della disperazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta in questo modo. Io ho avuto l'onore di essere estratto a sorte per primo, di cominciare ad essere la prima torcia” Jan Palach.

Infatti i giovani hanno deciso di estrarsi a sorte uno alla volta e di morire come torce umane. Il primo estratto é Jan Palach studente di filosofia, di 21 anni. Gli altri uno alla volta poi lo imiteranno.

Quasi un milione di praghesi seguiranno i funerali, mentre al confine pronti ad intervenire un altro contingente di carri armati russi. Seguiranno altri sacrifici che scuoteranno il Paese, ma la Cecoslovacchia dovra' attendere fino agli anni Novanta per avere la sua indipendenza

 

LA PRIMAVERA DI PRAGA

PRAGA ERA TRANQUILLA QUEL GIORNO. D'IMPROVVISO IL ROMBO DEI TANKS RUSSI

 
“Martedi 20 agosto fu un tipico giorno estivo, caldo, con un sole velato. Praga era piena di turisti, intere famiglie passeggiavano o sedevano nei parchi. La città, anzi l'intero paese era tranquillo, era inconcepibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito.

Così Alexander Dubcek, leader della Primavera di Praga, ricorda quel giorno del 1968 nella sua autobiografia “Il socialismo dal volto umano” edita nel 1997 presso Editori Riuniti. Fu un giorno che segnò l'apertura di una ferita lunga più di vent'anni e che vide i carri armati dei paesi aderenti al Patto di Varsavia, U.R.S.S., Bulgaria, Ungheria, Polonia e Germania Est (la Romania non aderì), calpestare le strade di Praga, permettere la parola fine a un processo politico il cui obiettivo, sempre

secondo Dubcek, doveva essere “la creazione delle condizioni necessarie a ogni individuo per autoaffermarsi in tutte le sfere del lavoro e della vita”

 

Quel giorno si tenne, come da programma, la riunione della presidenza del Pcc (partito comunista

cecoslovacco), presieduta dallo stesso Dubcek, in cui si dovevano consolidare le conquiste della Primavera di Praga e rafforzare le basi per tradurre in pratica il Programma d'Azione e aprire la strada ad altre riforme, nonchè preparare le risoluzioni per l'imminente XIV congresso del partito. Ma la riunione si interruppe poco prima di mezzanotte, quando il premier Cernik fu avvisato telefonicamente dell'invasione. Dubcek è onesto nell'ammettere che la sua interpretazione dei disegni sovietici si era dimostrata del tutto errata: “Quella notte compresi quanto profondo fosse stato il mio sbaglio -scrive- le esperienze drastiche dei giorni e dei mesi che seguirono mi fecero capire che avevo a che fare con dei gangster.“ Infatti….

 
Quella notte del 20 agosto fu solo l'inizio della fine delle aspirazioni democratiche di una buona parte della dirigenza politica e della popolazione cecoslovacca. Naturalmente una resistenza militare si rivelò impossibile per la disparità di forze in campo, ma i sovietici non riuscirono comunque nel loro intento di dare una giustificazione legale all'invasione e inoltre, nei convulsi giorni di quella fine estate dimostrarono di non agire secondo un piano ben organizzato, dando l'impressione di improvvisare, in modo anche grossolano, buona parte delle loro mosse. Dubcek ed altri esponenti politici cecoslovacchi furono sequestrati e portati al Cremlino, al cospetto della dirigenza brezneviana, dove cominciarono le “trattative” per ristabilire la situazione politica nel paese invaso, naturalmente alle condizioni sovietiche che vedevano il nemico principale nella politica riformista del nuovo corso, apertosi nel gennaio del 1968 con l'elezione di Dubcek a capo del Partito. Come ricorda l'attuale presidente della repubblica Ceca Vaclav Havel, in un suo scritto del 1978 “Il potere dei senza potere”, “il tentativo di riforma politica non fu la causa del risveglio della società, ma il suo esito ultimo.” Proprio per questo le stesse parole di Havel quando afferma che “la Primavera di Praga è stata la proiezione finale di un lungo dramma nell'ambito dello spirito e della coscienza della società” ci rendono almeno parzialmente l'idea di quella che fu la tragedia cecoslovacca, che ebbe inizio il 20 agosto.

 
Al termine di quei giorni estenuanti, in cui le sollevazioni popolari vennero sapientemente evitate per evitare un inutile spargimento di sangue, il 26 agosto, il diktat di Mosca risultò aperto ad alcune concessioni e a blande ammissioni di colpa. Ma per tutta la Cecoslovacchia quelli furono i giorni dell'umiliazione e della resa che si protrassero fino alla primavera del 1969, quando la Primavera

di Praga fu definitivamente seppellita, dopo il cambiamento di quadri politici e l'insediamento nelle più alte cariche statuali di uomini di provata fiducia del Cremlino. Il popolo cecoslovacco fu duramente fiaccato nell'animo e il rogo del 19 gennaio di quell'anno in cui si spense volontariamente il giovane Jan Palach fu la più tragica testimonianza del dolore per la definitiva perdita di libertà, ma soprattutto di speranza che colpì quel popolo.

 

Ma perché quell'invasione di trent'anni fa e soprattutto in cosa consistevano le ambizioni di quel paese satellite, così bruscamente calpestate dall'Urss e dai carri armati degli altri paesi del Patto? La risposta ce la fornisce Francesco Leoncini, docente di Storia dei Paesi Slavi all'Università Ca' Foscari di Venezia, in un suo intervento sulle pagine del numero 126 dell'aprile 1999 del mensile Storia e Dossier, in cui spiega, in maniera sintetica quanto efficace, quale strada avesse imboccato la Cecoslovacchia nel 1968:

 
“Non erano la Cina di Mao nè la Cuba di Castro i modelli e i simboli che mobilitavano le masse cecoslovacche, quel vago terzomondismo sempre in agguato nella sinistra, soprattutto italiana, ma il maturo convincimento che era necessario andare avanti nell'umanizzazione della società: questo era stato l'anelito bruscamente interrotto dopo il 1948; combattevano per mettere l'uomo al centro

della società e non certo gli interesse del capitale o del Partito”

Una battaglia, quella cecoslovacca che ha conosciuto troppi anni di sconfitte e che ancora oggi dopo la divisione del paese in due democrazie, quella ceca e quella slovacca, fatica a trovare i mezzi migliori per entrare sulla scena europea senza il pesante fardello della memoria delle ingiustizie subite

 

CRONACA DELLA PRIMAVERA DI PRAGA

 

Quell'anno a Praga la primavera arrivà con largo anticipo sul calendario. Era infatti ancora pieno inverno il 3 gennaio 1968, giorno in cui il Plenum del partito comunista cecoslovacco, con un colpo di scena che stava covando da qualche mese, costrinse Antonin Novotny a cedere il suo mandato di segretario generale al giovane Alexander Dubcek, esponente moderato del partito comunista slovacco. A Novotny veniva conservata la carica, più che altro simbolica, di presidente della repubblica. Ma le leve del potere, che per tredici anni aveva tenuto nelle sue mani, imponendo, anche quando tutti gli altri paesi del blocco sovietico si stavano risvegliando dallo stalinismo, una impenetrabile cappa poliziesca e repressiva, passavano ad altri. Lo stesso Breznev, in visita a Praga nel dicembre dell'anno precedente non aveva dimostrato grande entusiasmo nei confronti dell'anziano leader. Anzi, aveva voluto incontrare singolarmente anche altri alti esponenti del partito - tra i quali lo stesso Dubcek - per vedere se tra di loro era possibile pescare un degno erede. Non che il potente e accigliato segretario sovietico trovasse anacronistico che la Cecoslovacchia fosse ormai l'unica continuatrice della asfittica politica staliniana (e tutto ciò a più di dieci anni dal XX congresso del Pcus). Semplicemente considerava gli attriti all'interno del governo cecoslovacco come una delle normali e fisiologiche lotte di potere all'interno dell'apparato burocratico comunista.

 
Fu l'avvento di Dubcek a sancire lo svecchiamento della precedente politica e a dare il via alla “Primavera di Praga”. Forte dell'appoggio dell'ala centrista del partito (anche se la maggioranza del partito che aveva costretto Novotny a dimettersi da primo segretario, e che ora lo sosteneva, non era

ancora pronta al balzo riformista), sollecitato dagli intellettuali più impazienti sulla via delle riforme, controllato da Breznev che non era disposto a permettere eccessivi balzi in avanti, Dubcek dovette però fin dal principio muoversi con estrema cautela. Soprattutto nei confronti del grande fratello sovietico, le cui pressioni iniziarono subito dopo l'insediamento. Poco dopo la sua elezione dovette infatti incontrare Breznev per rassicurarlo dei suoi intenti moderati e della prudenza che si riproponeva di adoperare nei confronti di un ammodernamento delle istituzioni, della politica e dell'intero Paese ormai improrogabili. Il tutto, precisò Dubcek, nell'ottica di una completa fedeltà al Patto di Varsavia e nel solco della tradizione (invero assai poco democratica) che vedeva nel partito l'unico depositario di ogni trasformazione.

 
Ma seguiamo l'escalation delle proposte di riforma che misero le basi della Primavera di Praga, attingendo dal racconto che ne ha lasciato lo stesso Dubcek nelle sue memorie (Il socialismo dal volto umano. Autobiografia di un rivoluzionario, Editori Riuniti): “...il 25 gennaio proposi alla presidenza un mutamento radicale della pubblicità da dare ai lavori dei massimi organismi del partito, con la pubblicazione di informazioni sistematiche su tutte le riunioni della stessa presidenza e della segreteria. Ai primi di marzo ottenni, in sede di presidenza del partito, la revoca della decisione con la quale nel 1966 era stata legalizzata la censura”. Fu proposta una riabilitazione di tutte le vittime delle purghe volute da Stalin negli anni Cinquanta e si decise, inoltre, su pressione slovacca, di rivedere la costituzione del 1960 per dare al paese un assetto federale.

 
A marzo diversi esponenti politici dell'ala più conservatrice furono destituiti; Novotny stesso, che di quell'ala era stato il leader, si dimise dalla carica di Capo dello Stato. Alla guida del Governo e alla presidenza dell'Assemblea vennero insediati i due “liberali” Cernik e Smrkovsky, che proposero subito un rimpasto del Comitato centrale al fine di depurarlo di quel che restava della vecchia guardia fedele a Novotny. Continuavano intanto le pressioni dirette e indirette da parte del blocco comunista. Gomulka, il leader polacco, ai primi di febbraio aveva fatto notare a Dubcek che i suoi progetti potevano avere conseguenze politiche incontrollabili e che avrebbero senz'altro minato la posizione del partito. Due settimane dopo, l'occasione del 20° anniversario della presa del potere comunista in Cecoslovacchia suscitò uno dei primi veri attriti con Mosca.

 
Il testo del discorso che Dubcek avrebbe dovuto leggere davanti ai leader degli altri paesi comunisti,

invitati per l'occasione, era consuetudine dovesse prima passare al vaglio della censura russa. Quando il testo ritornò a Praga diversi passaggi erano stati cancellati di pugno dallo stesso Breznev. Cosa c'era di così irriguardoso da dover essere omesso? Ecco alcuni dei passaggi più “scottanti”:“Negli ultimi anni era tornata a dominare da noi una visione del partito, residuata dal passato, come gestore universale della società, come quella forza che invece di essere la direzione politica della società decide autoritariamente molte volte di questioni incongrue, minime, non sostanziali”

E dopo questa critica alla ingombrante presenza del partito nella vita di tutti giorni, Dubcek, pochi capoversi più in là, con grande coraggio affrontava il tema della libertà e dei diritti civili: “Molti atti nella nostra vita sono diventati una formalità. L'inevitabilità di un ampio sviluppo dei rapporti democratici esige che noi, oggi, assumiamo un atteggiamento chiaro e di principio verso i diritti civili, i doveri sociali, verso la posizione del cittadino e dell'individuo. Pensiamo al contenuto reale

e alle garanzie formali della libertà e dei diritti civili, di cui non dobbiamo sopportare la minima violazione”. Ma queste parole davanti a quel consesso non furono mai pronunciate. Ai delegati e al mondo intero fu servita una versione decisamente più soft.

 
Il 23 marzo Dubcek fu convocato a Dresda assieme agli altri membri del Patto di Varsavia. All'ordine del giorno doveva esserci un noioso confronto sulla cooperazione economica all'interno del blocco sovietico. Ma in realtà questo era solo un pretesto. Visibilmente preoccupati per la piega che stavano prendendo gli avvenimenti a Praga e timorosi che la primavera praghese potesse suscitare aspettative anche tra l'opinione pubblica degli altri paesi del blocco, Breznev, il tedesco Ulbricht, il polacco Gomulka, l'ungherese Kadar e il bulgaro Zivkov si lanciarono in una dura requisitoria contro Dubcek. Lo si mise in guardia evocando il pericolo di una controrivoluzione, di minacce esterne pronte a farsi strada nel campo socialista.

 
Da parte sua Dubcek, sfoggiando la sua abilità dialettica e il ben noto sorriso disarmante, non solo difese a spada tratta il suo operato, ma contrattaccò difendendo l'abolizione della censura ed esaltando la libertà di espressione e di stampa. A quell'uditorio di burocrati comunisti il leader di Praga dovette apparire come un eretico ormai irrecuperabile. Fino a quel momento le proposte di riforma si erano disperse in mille rivoli, prive com'erano di un organico progetto d'insieme.

 
Molte iniziative si erano anzi arenate sul piano della semplice proposta (e tanto era bastato per creare a Mosca un vero e proprio timor panico). Il comitato centrale cecoslovacco riunitosi ad aprile, approvando il documento che è passato alla storia come Programma d'azione, colmò questa lacuna.

“Il documento - ha scritto Dubcek -sanciva la fine dei metodi dittatoriali, settari e burocratici. Vi si affermava che essi avevano dato luogo a tensioni artificiali nella società, avevano provocato antagonismo tra i diversi gruppi sociali, le nazioni e le nazionalità. [...]

 
Non dovevano più essere privilegiati interessi strettamente corporativi o di gruppo. Doveva essere tradotta in pratica la libertà di riunione e di associazione, garantita dalla Costituzione ma non rispettata in passato. Non doveva piùesistere alcuna limitazione illegale delle libertà”. Dopo questi principi generali il Programma d'azione si dilungava - il documento approvato era composto da più di sessanta pagine - nel dettaglio di proposte specifiche: vi si proclamava il ritorno alla libertà di stampa tramite

la proposta di dotarsi di una legge che abolisse la censura preventiva, il ritorno alla libertà di movimento all'interno e fuori del Paese, la riparazione di tutte le passate ingiustizie giudiziarie e politiche, la federalizzazione della repubblica, e, infine, in campo economico l'autonomia imprenditoriale per le grandi aziende e la legalizzazione delle piccole imprese private.

 
Per dare un contentino a Breznev, gli estensori del documento si guardarono bene dall'accennare ad un ritorno alla democrazia pluripartitica: “Agli occhi dei sovietici - ha scritto Dubcek - ciò avrebbe significato la liquidazione del socialismo. Il monopolio del potere, eufemisticamente definito “ruolo dirigente del Partito”, era il principio fondamentale di ogni partito comunista nella dottrina sovietica”. Stupisce invece che Dubcek non si rendesse conto che tutto il Programma d'azione, di fatto e senza troppi giri di parole, minava alle fondamenta il ruolo dirigente del partito, perlomeno nel senso monolitico con cui lo si intendeva a Mosca.

 
Secondo uno schema ormai collaudato, ogni azione di apertura a Praga provocava una reazione uguale e contraria a Mosca. Così è da intendersi la successiva richiesta da parte del Patto di Varsavia di anticipare da settembre a giugno le manovre militari previste in Cecoslovacchia.

Per i russi si trattava di una prova d'orchestra e di un formidabile mezzo di pressione; Dubcek inizialmente si oppose, ma alla fine dovette acconsentire a che le esercitazioni si tenessero lo stesso, anche se in forma ridotta. E sempre in questo senso è da intendersi anche l'ennesima convocazione di Dubcek a Mosca, il 5 maggio. Ma il copione di quel colloquio era già scritto. Breznev riaffermò che il partito comunista cecoslovacco stava perdendo il controllo sui mezzi di informazione e che la riforma economica sarebbe stato il primo passo verso la restaurazione del capitalismo. Dubcek replicò che il suo partito invece di perdere il ruolo guida stava guadagnando consensi nella società che le riforme economiche erano compatibili con il socialismo. Era ormai un dialogo tra sordi. Secondo il leader cecoslovacco fu proprio dopo questo colloquio che Breznev si predispose definitivamente all'invasione.

 
A maggio fu convocato un altro Comitato centrale cecoslovacco, che si risolse in un raffreddamento

della temperatura politica. Le dichiarazioni finali ribadivano ufficialmente il concetto di ruolo guida del partito ed escludevano categoricamente la possibilità di riconoscere un'opposizione. Tuttavia i riformisti riuscirono a far passare la proposta di convocare per il 9 settembre un congresso in cui, grande novità, i delegati sarebbero stati eletti e non nominati dai membri del partito. Un ulteriore tentativo di mettere in discussione il sistema si ebbe in giugno con il cosiddetto Appello delle 2000 parole, attraverso il quale gli intellettuali liberali del partito, in collaborazione con intellettuali stranieri, mettevano nero su bianco le loro proposte di azione. Dopo un lungo preambolo dove veniva tracciata la strategia per realizzare un socialismo dal volto umano, l'Appello entrava nel merito di quale tattica fosse necessario utilizzare affinché il congresso potesse proporre delle riforme incisive. Intanto, da parte degli alleati del Patto di Varsavia (Unione Sovietica, Polonia, Ungheria, Germania orientale e Bulgaria), riuniti in seduta nella capitale polacca, continuavano a fioccare ammonimenti rivolti al Comitato centrale cecoslovacco.

 
La dritta via, dicevano in sostanza, ciò quella del comunismo imposto dall'alto, della dittatura del partito unico e della censura, si stava troppo annacquando: sarebbe stato pressoché impossibile - e dal loro punto di vista non gli si poteva dare torto - conciliare la libertà di stampa, quindi la libertà di critica, con la funzione guida del partito comunista. Praga, ormai preda di uno splendido fervore che aveva coinvolto tutta l'opinione pubblica, pareva non capire le contraddizioni dei suoi progetti. O meglio, sembrava non capire che il sistema del monolitismo sovietico non era riformabile. Si poteva solo cercare di abbatterlo; con l'unica certezza di immolarsi epicamente ma senza risultato, come aveva insegnato Budapest dodici anni prima.

 
La prova di forza stava ormai raggiungendo il punto di non ritorno. Dubcek cercò di temporeggiare e, nei limiti del possibile, di opporsi alle ambigue proposte sovietiche. A luglio si rifiutò di partecipare al comitato consultivo del Patto di Varsavia a cui era stato convocato. E pochi giorni dopo non acconsentì a una richiesta sovietica di inviare nuova truppe sul territorio cecoslovacco per difenderlo da fantomatici tentativi di sovversione provenienti da occidente. Non era però possibile eludere il problema negandosi all'infinito al proprio tutore. Così, infine, Dubcek, accompagnato da un manipolo di fedelissimi, dovette acconsentire a incontrare Breznev, Kosygin e Suslov per ben due volte e nel giro di una settimana per la sfida finale. Il primo incontro avvenne tra il 29 luglio e il 1° agosto 1968 nella cittadina di Cierna, al confine tra i due Paesi. L'incontro “finì presto - scrisse poi Dubcek - in un vicolo cieco. Il dissenso tra le due parti era assoluto, come prima. Breznev e io ci limitammo a riaffermare le rispettive opinioni”. Si diedero per&ograve; un ulteriore appuntamento a Bratislava per il 6 agosto, assieme a tutti gli altri Paesi del Patto di Varsavia.

 
Ma anche questo secondo incontro non sortì effetto alcuno. Si decise solo di emettere un comunicato congiunto che in seguito ognuno interpretò a suo modo. Dubcek ne uscì soddisfatto perché in un punto del documento si diceva che ogni partito comunista avrebbe risolto “in maniera creativa i problemi dell'ulteriore sviluppo del socialismo” e che, inoltre, restavano validi i principi “dell'eguaglianza, del rispetto della sovranità, dell'indipendenza statale e dell'intangibilità territoriale. Breznev, da parte sua, per giustificare la successiva invasione, si appoggiò a un passaggio dove a chiare lettere si affermava che la difesa e il consolidamento delle conquiste realizzate dagli Stati del blocco “sono un dovere internazionalista” degli stessi Stati. In stile succinto, non si trattava d'altro che della cosiddetta teoria della “sovranità limitata”. L'Urss decise in quell'occasione di intervenire militarmente nel giro delle successive due settimane.

 
Dubcek invece continuò a confidare, nonostante il calendario non lasciasse più speranze, in una primavera senza fine. A nulla valse anche un ultimo tentativo segreto, portato avanti dal segretario magiaro Kadar il giorno di ferragosto, per indurre Dubcek a recedere dal suo programma politico. La calda notte tra il 20 e il 21 agosto vide l'intervento militare di Unione Sovietica, Polonia, Germania orientale, Ungheria e Bulgaria nel territorio cecoslovacco. Non ci furono scontri significativi, purtuttavia si ebbero trenta vittime e qualche centinaio di feriti. Il governo di Praga, così come aveva fatto contro Hitler, non si oppose alla forza bruta degli invasori. Dubcek fu arrestato assieme ai suoi più stretti collaboratori. Altri preferirono collaborare con i nuovi padroni.

 
La brezza di quella lunghissima e anomala primavera praghese riuscì a scompigliare appena il ferreo giogo dittatoriale sovietico. Che invece si scatenò immediatamente in una gigantesca epurazione: nei mesi successivi, per stabilizzare l'ordine a Praga, circa mezzo milione di persone furono costrette alle dimissioni o furono espulse dal partito (cosa che nei paesi comunisti, oltre a corrispondere a un marchio d'infamia, impediva l'accesso a lavori qualificati).

 
Gli intellettuali, i giornalisti e gli esponenti politici artefici della Primavera di Praga diventarono operai, camerieri, muratori. Dubcek finì a lavorare come manovale in una azienda forestale della Slovacchia.

 
L'appuntamento con la libertà, assaporato per così pochi mesi, era rimandato. Sarebbero dovuti passare ventidue anni prima che Vaclav Havel, da libero e democratico presidente della Cecoslovacchia, nel gennaio 1990 potesse finalmente affermare: “Tvà vlàda, lide, se k tobè navràtila!” (Popolo, il tuo governo ti è stato restituito!).

 

IL SIMBOLO DELLA CECOSLOVACCHIA ANGOSCIATA E SENZA SPERANZA

JAN PALACH

Il 16 gennaio del 1969, in piazza San Venceslao, a Praga, un giovane studente di filosofia, Jan Palach, in segno di protesta contro l'invasione delle truppe sovietiche, si cosparse di benzina e si diede fuoco. I suoi funerali, celebrati il 25 gennaio 1969, vennero seguiti da quasi un milione di persone

Jan Palach faceva parte di un gruppo di ragazzi, che avevano deciso di immolarsi per attirare l'attenzione di tutto il mondo su quell'occupazione militare che i sovietici volevano far apparire come dettata dalla volontà popolare. Almeno altre sette persone, in Cecoslovacchia, seguirono il suo esempio (tra esse il fraterno amico Jan Zajíc).
La chiesa cattolica, notoriamente contraria al suicidio, difese il gesto estremo compiuto da Palach, affermando che: "Un suicida in certi casi non scende all'Inferno" e che "non sempre Dio è dispiaciuto quando un uomo si toglie il suo bene supremo, la vita". Jan portava con sé uno zaino che lasciò cadere in terra  prima di darsi fuoco; al suo interno vennero rinvenuti degli appunti e degli articoli, che furono considerati una sorta di testamento politico.

Tra le dichiarazioni trovate spicca questa:"Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zprav (giornale delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà".

Firmato: la torcia numero uno.

 

Il funerale si svolse all'interno di un cortile dell'Università Carolinum di Praga con toccanti scene in cui la folla sfila in silenzio davanti alla bara e si stringe intorno alla madre e ai fratelli di Palach; nella cerimonia commemorativa ci fu il discorso del ministro dell'educazione Vilibald Bezdíček davanti ai rappresentanti del corpo accademico, i delegati delle fabbriche e delle organizzazioni sociali e moltissimi studenti e cittadini; un imponente corteo funebre attraversò il centro storico e giunse in piazza San Venceslao; ed in fine la funzione religiosa nel cimitero di Olsany.


La sua tomba, nel cimitero di Olsany, divenne presto un luogo di culto, dove i dissidenti del regime comunista andavano a porgere il loro silenzioso saluto in segno di protesta contro la dittatura. Le autorità, preoccupate per questo crescente fenomeno di massa, decisero, nel 1973, di allontanare le spoglie di Palach e traslare i resti del suo corpo a Vsetaty, a pochi chilometri dal suo luogo di nascita.Dopo la caduta del Muro di Berlino, la figura di Palach venne rivalutata e nel 1990 il presidente della Repubblica  Vaclav Havel gli dedicò una lapide per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà.Dall’ottobre del 1990 le sue ceneri si trovano di nuovo nel cimitero di Olsany.
Scritto da: giogiopic alle ore 14:52 | link | commenti | Categoria:
Primavera di Praga - Jan Palach

jan palach con blogLA PRIMAVERA DI PRAGA


La Primavera di Praga, (in ceco Pražské jaro) è stato un periodo storico di liberalizzazione avvenuto in Cecoslovacchia a partire dal 5 Gennaio 1678 e durato fino al 20 Agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati del patto di Varsavia (ad eccezione della Romania) invase il paese.

SITUAZIONE POLITICA

Fin dalla metà degli anni sessanta in tutto il paese si erano percepiti segni di crescente malcontento verso il regime comunista. Le istanze dei riformisti, il cui leader era Alexander Dubcek, avevano trovato voce in alcuni elementi all'interno dello stesso Partito Comunista cecoslovacco. Le riforme politiche di Dubček, che egli stesso chiamò felicemente "Socialismo dal volto umano", in realtà non si proponevano di rovesciare completamente il vecchio regime e allontanarsi dall'Unione Sovietica: il progetto era di mantenere il sistema economico collettivista affiancandovi una maggiore libertà politica (con la possibilità di creare partiti non alleati al partito comunista), di stampa e di espressione. Tutte queste riforme furono sostenute dalla grande maggioranza del paese, compresi gli operai. Ciononostante queste riforme furono viste dalla dirigenza sovietica come una grave minaccia all'egemonia dell'URSS sui paesi del blocco orientale, e, in ultima analisi, come una minaccia alla sicurezza stessa dell'Unione Sovietica. Per comprendere i motivi di questo allarme bisogna tener presente la collocazione geografica della Cecoslovacchia, esattamente al centro dello schieramento difensivo del Patto di Varsavia: una sua eventuale defezione non poteva essere tollerata in periodo di Guerra Fredda. A differenza di quanto era avvenuto in altri paesi dell'Europa centrale, la presa di potere comunista in Cecoslovacchia nel 1948 era stata accompagnata da una genuina partecipazione popolare e non vi erano state brutali repressioni. Le riforme sociali del dopoguerra erano avvenute pacificamente, mentre, ad esempio, in Ungheria si erano avute vere e proprie sommosse. Ciononostante la leadership guidata da Gottwald, prima, Zapotocky e Novotný poi aveva mantenuto un regime totalitario fortemente repressivo che si era espresso in maniera brutale durante le purghe staliniane e che non si era aperto dopo la morte del leader sovietico.

 

L’INVASIONE

La stagione delle riforme ebbe bruscamente termine nella notte fra il 20 e il 21 Agosto 1968, quando una forza stimata fra i 200.000 e i 600.000 soldati e fra 5.000 e 7.000 veicoli corazzati          invase il paese. Il grosso dell'esercito cecoslovacco, forte di 11 o 12 divisioni, obbedendo ad ordini segreti del Patto di Varsavia, era stato schierato alla frontiera con l'allora Germania Ovest, per agevolare l'invasione e impedire l'arrivo di aiuti dall'occidente. L'invasione coincise con la celebrazione del congresso del Partito Comunista Cecoslovacco, che avrebbe dovuto sancire definitivamente le riforme e sconfiggere l'ala stalinista. I comunisti cecoslovacchi, guidati da Dubcek furono costretti dal precipitare degli eventi a riunirsi clandestinamente in una fabbrica, ed effettivamente approvarono tutto il programma riformatore, ma quanto stava accadendo nel paese rese le loro deliberazioni completamente inutili. Successivamente questo congresso del partito comunista cecoslovacco venne sconfessato e formalmente cancellato dalla nuova dirigenza imposta da Mosca a governare del paese. Il 20 agosto le truppe del patto di Varsavia occuparono la Cecoslovacchia, impedendo ai riformisti qualsiasi tentativo di reazione; Dubček e altri leader del governo vennero condotti a Mosca, dove il 24 agosto furono costretti ad accettare la presenza delle truppe straniere e a bloccare il programma di riforme. Nei mesi successivi venne avviata la “normalizzazione”. Tutti i protagonisti della primavera di Praga furono epurati e fu ripristinata la vecchia nomenclatura; dal PCC furono espulsi centinaia di migliaia di iscritti; centinaia di migliaia di persone persero il lavoro; migliaia furono le condanne a pesanti pene. A dicembre, in molte fabbriche continuavano ancora le proteste operaie contro l’occupazione militare e a favore del rilancio del programma riformista. Ma la primavera di Praga era ormai finita. Il 16 gennaio 1969, uno studente, Jan Palach , si cosparse di benzina e si diede fuoco in piazza San Venceslao a Praga; il suo esempio venne seguito da una ventina di giovani in tutto il paese. Ad aprile, Dubček venne destituito e sostituito con Gustav Husak.

CONSEGUENZE

I paesi democratici dovettero limitarsi a proteste verbali, poiché era chiaro che il pericolo di confronto nucleare al tempo della Guerra Fredda non consentiva ai paesi occidentali di sfidare la potenza militare sovietica schierata nell'Europa centrale ed in quanto, in seguito agli accordi sottoscritti dalle potenze alleate a Yalta, la Cecoslovacchia ricadeva nell'area di influenza sovietica. Dopo l'occupazione si verificò un'ondata di emigrazione, stimata in 70.000 persone nell'immediato e di 300.000 in totale, che interessò soprattutto cittadini di elevata qualifica professionale. Gli emigranti riuscirono in gran parte ad integrarsi senza problemi nei paesi occidentali in cui si rifugiarono.

 

A cura di Danilo Jesus Giglio

Scritto da: giogiopic alle ore 13:39 | link | commenti (2) | Categoria:
mercoledì, 14 gennaio 2009

 

MOVIMENTO RES

ROMA EUROPA SOCIALE

Via Dante de Blasi, 57

 00151 roma

movimentores@libero.it

 

COMUNICATO STAMPA

 

 

PORRE FINE AI BOMBARDAMENTI NELLA STRISCIA DI GAZA

 

RES: ”La distruzione totale di Hamas non è un obiettivo perseguibile: basta massacri nella Striscia”

 

RES: “Le istituzioni espongano le bandiere a mezz’asta come simbolo di tutti i bambini uccisi”

 

Chiediamo che il governo italiano e che le istituzioni tutte espongano nei prossimi giorni le bandiere a mezz’asta, in segno di lutto per gli oltre duecento bambini uccisi nella striscia di Gaza” – è quanto dichiara in una nota il portavoce del Movimento Roma Europa Sociale, Giovanni Picone

 

“E’ormai chiaro che la distruzione totale di Hamas non è più perseguibile, come si vede dai continui lanci di missili sulle città israeliane. Pertanto le parti in causa accettino la proposta di tregua formulata dal presidente francese Sarkozy e da quello egiziano, Mubarak – continua la nota – e si ponga fine ai bombardamenti indiscriminati di obiettivi civili e umanitari

 

“Crediamo inoltre che questa sia la giusta occasione per l’Unione Europea di farsi accreditare come mediatore efficace, visto l’attuale inefficacia delle risoluzioni ONU e il chiaro conflitto d’interessi americano, che prima protegge con il diritto di veto l’alleato israeliano, e poi trovatosi isolato politicamente, sceglie una saggia astensione – conclude il portavoce -

 

Scritto da: giogiopic alle ore 18:51 | link | commenti | Categoria:
radici crocefissoRADICI CRISTIANE



SAN PIETRO MUSULMANO: in questo volantino abbiamo voluto testimoniare una delle nostre più grandi paura, ossia che il simbolo della religione cattolica venga usato come luogo di culto dall'Islam, più o meno come successo al Duomo a Milano e ai cui fatti ci siamo ispirati. Questo perchè sempre più giovani si lasciano tentare dalla modernità di oggi, e perdono ogni punto di riferimento in un mondo che viaggia sempre più a velocità folli senza fermarsi a riflettere su dove vuole andare. Sappiamo però perfettamente che il problema religioso non è il solo responsabile della decadenza morale del mondo d'oggi, ma è affiancato da consumismo, relativismo, globalizzazione e sopratutto dai valori illuministici, che sono ormai visti come i bastioni del mondo d'oggi.

Scritto da: giogiopic alle ore 14:13 | link | commenti | Categoria:
JAN PALACH:
jan palach con blog


JAN PALACH: fu il simbolo di una Cecoslovacchia silenziosa e angosciata. Per protestare contro l'invasione dei carri armati russi, in risposta alla rivolta poi chiamata "primavera di Praga" scoppiata nel 1968, un gruppo di giovani decise di immolarsi dandosi fuoco nella principale piazza della città, piazza Venceslao. I giovani decisero di estrarre a sorte il primo che dovesse dare inizio a questo eclatante gesto, e il primo fu Jan Palach. Altri poi ne seguirono. Jan morì dopo tre giorni d'agonia.
I funerali vennero seguiti da oltre un milione di persone
Pensiamo a come un giovane di 21 anni, studente, possa decidere di togliersi la vita, il bene più sacro che Dio ci abbia potuto dare solamente perchè il mondo si rifiutava di vedere che l'intervento russo era una vera e propria occupazione, e non un intervento dovuto alla volontà popolare come i russi e tutti i loro "schiavi", compreso il PCI, volevano far credere.
Scritto da: giogiopic alle ore 14:07 | link | commenti | Categoria:
lunedì, 05 gennaio 2009
Dossier RES - Israele Palestina

CONFLITTO ISRAELE – PALESTINA

 

 

NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE

La parte più drammatica della nascita dello Stato ebraico inizia nel 1939 con la pubblicazione del Libro bianco con il quale l'amministrazione britannica pone fortissime limitazioni all'immigrazione e alla vendita di terreni agli ebrei. Nascono anche gruppi terroristici ebraici (Irgun, Banda Stern), che opereranno fino alla dichiarazione dello Stato di Israele, con azioni contro gli Arabi e le istituzioni britanniche, facendo esplodere bombe in luoghi pubblici. Agli inizi del 1947 la Gran Bretagna, provata dalla guerra mondiale e da questa una serie di sanguinosi attentati di matrice ebraica, decise di rimettere il Mandato palestinese nelle mani delle Nazioni Unite, cui venne affidato il compito di risolvere l’intricata situazione, ma mantenne le rigide limitazioni all'immigrazione. Con il piano di spartizione del 1947 l’ONU dovette quindi affrontare la situazione che dopo trent’anni di controllo britannico era diventata pressoché ingestibile, visto che la popolazione ebraica, che 30 anni prima era solo un'esigua minoranza, comprendeva oramai un terzo dei residenti in Palestina, anche se possedeva solo una minima parte del territorio (circa il 7% del territorio, contro il 50% della popolazione araba e il restante in mano al governo Britannico della Palestina ). All'inizio del 1948, cinque mesi prima dello scoppio delle ostilità con gli Stati arabi, l'Haganah ha già predisposto un articolato piano di difesa attiva (aggressive defense), oggi noto come "Piano D", diretto al controllo dei territori palestinesi che le Nazioni Unite avevano assegnato agli arabi. Di esso fornisce un'efficace sintesi lo storico israeliano Avi Shlaim:

 « L'obbiettivo del Piano D era quello di assicurarsi il controllo di tutte le aree attribuite alla risoluzione di spartizione delle Nazioni Unite allo Stato ebraico, degli insediamenti ebraici al di fuori di queste aree e dei corridoi di collegamento che conducevano a quest'ultime, in modo da fornire una base territoriale solida e continua alla sovranità ebraica. L'originalità e l'audacia del Piano D trovavano fondamento nell'ordine di conquistare i villaggi e le città arabe, qualcosa che l'Haganah non aveva mai tentato prima. Benché la formulazione del Piano D fosse piuttosto vaga e indeterminata, il suo scopo era quello di sgombrare l'interno del paese dagli elementi arabi ostili o potenzialmente ostili e in tal senso, quindi, il piano autorizzò l'espulsione delle popolazioni civili. Mettendo in esecuzione il Piano D tra l'aprile e il maggio del 1948, l'Haganah contribuì quindi in modo diretto e decisivo alla nascita del problema dei rifugiati palestinesi. Sotto l'impatto dell'offensiva militare ebraica lanciata in aprile, la società palestinese si disintegrò e cominciò il proprio esodo. Molte furono le cause di quest'ultimo, inclusa l'anticipata partenza dei leader palestinesi quando le condizioni di vita cominciarono a peggiorare, ma la ragione principale fu la pressione militare ebraica. Il Piano D non era un programma politico diretto all'espulsione degli arabi di Palestina, ma un piano militare con obbiettivi tattici e territoriali. Sta di fatto che, comunque, ordinando la conquista delle città arabe e la distruzione dei villaggi, il Piano D permise e giustificò l'espulsione forzata delle popolazioni civili arabe. Verso la fine del 1948, il numero di rifugiati palestinesi era cresciuto fino a raggiungere circa le 700.000 unità. » Nel mese di maggio Ben Gurion rifiuta una proposta americana per un "cessate il fuoco" incondizionato e l'allungamento del mandato britannico di altri dieci giorni, il tempo necessario per il negoziato con la Lega Araba. Il leader sionista impone al Consiglio di Stato provvisorio israeliano di proseguire in una politica di totale indipendenza da ogni forma di mediazione esterna, e il 14 maggio legge la Dichiarazione d'indipendenza dello Stato ebraico in Palestina - Medinat Israel (senza nessuna indicazione dei confini, lasciando così aperta la possibilità di espansione oltre la linea stabilita dalle Nazioni Unite).

 

 

 

 

 

GUERRA DEL 1948

Il 15 maggio del 1948, le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del Mandato, lasciando campo libero alle forze ebraiche ed arabe. Lo stesso giorno gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq, attaccarono il neonato Stato di Israele. Il segretario generale della Lega Araba 'Abd al-Rahmān 'Azzām Pascià annunciò "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate". Nel mese di giugno le Nazioni Unite propongono una tregua, che Israele utilizzò per riorganizzarsi e aumentare la leva militare. Il giorno 27 il mediatore dell'ONU, Folke Bernadotte, presenta una proposta di accordo che viene rifiutata da entrambe le parti. Il 17 settembre il diplomatico svedese viene assassinato dai terroristi sionisti del Lehi. La guerra, che terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949 creò quello che resterà la causa degli scontri successivi: circa 700 mila profughi arabi. Ad essi sarà impedito il ritorno nello Stato d'Israele, il che è in diretto contrasto con l'articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Non fu permesso il loro ingresso nei territori degli Stati arabi confinanti che intendevano in modo tale seguitare a mantenere una pressione psicologica e morale su Israele e gli Stati che ne appoggiavano l'iniziativa. Per lo Stato di Israele questo conflitto viene considerato una “Guerra d’Indipendenza”, per i paesi arabi un intromissione sul loro territorio. Si è spesso posto l'accento sulla forte disparità di forze tra il piccolo Stato d'Israele e le sette potenze arabe. Nuove statistiche hanno messo in dubbio tale disparità, almeno sotto il profilo del numero dei combattenti: allo scoppio del conflitto, quelli arabi sarebbero stati all'incirca 25.000, tra regolari e non, contro 35.000 israeliani. Entro il mese di luglio, la mobilitazione israeliana aveva raggiunto le 65.000 unità, e alla fine dell'anno si arrivò ai 96.400. Sul fronte opposto, le forze rimasero sempre circa la metà di quelle israeliane. L'armistizio di Rodi, non sottoscritto dall'Iraq, pur rappresentando una tregua, non rappresentò una soluzione del problema. Nel testo dell'armistizio si legge infatti che la linea di cessate il fuoco (la cosiddetta Linea Verde) "è una linea d'armistizio che non deve in alcun modo essere considerata un confine di Stato in senso politico o territoriale e non pregiudica i diritti, le aspirazioni e le posizioni delle parti riguardo all'assetto futuro del contenzioso". Con questa dichiarazione gli Stati arabi resero palese il rifiuto di riconoscere l'esistenza di Israele. Né l'Egitto né la Transgiordania si adoperarono per la creazione dello Stato arabo di Palestina. Ciò a detta di molti per mantenere un controllo psicologico e politico sulla popolazione palestinese.  La parte di Gerusalemme controllata dalla Transgiordania fu interdetta agli Ebrei mentre alcune sinagoghe e luoghi di culto furono profanati e saccheggiati. Israele annetté la parte settentrionale della Palestina che fu da essa chiamata Galilea e altri territori a maggioranza araba conquistati nella guerra, corrispondenti a un ulteriore 26% dell'originale Mandato britannico per la Palestina. Negli anni immediatamente successivi, dopo che il 5 luglio 1950, la Knesset aveva votato la Legge del Ritorno - che garantiva il diritto a tutti gli ebrei di immigrare in Israele, abolendo tutte le limitazioni imposte dal Libro Bianco britannico - una massa di circa 850 mila ebrei fuggì dai paesi arabi all'interno dei quali avevano seguitato a vivere in crescente situazione di difficoltà, di discriminazione e talora a rischio stesso della propria incolumità. Circa 600 mila di loro arrivano in terra d'Israele e nell'arco di 3 anni la popolazione, che in un primo censimento contava circa 850 mila persone, raddoppiò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GUERRA PER IL CANALE DI SUEZ

Nel 1952 in Egitto un colpo di Stato porta al potere i Liberi Ufficiali del generale Muhammad Neghib e del colonnello Jamāl ‘Abd al-Nāsir. Nel 1954, sotto la protezione egiziana, nascono i gruppi (terroristici o partigiani, a seconda dei punti di vista) dei cosiddetti fidā'iyyīn che portano a compimento centinaia di incursioni armate in territorio israeliano. Nel 1956 l’Egitto nazionalizza il Canale di Suez impedendone il passaggio alle navi israeliane. Francia e Gran Bretagna, che ne avevano il controllo e che controllavano il pacchetto azionisto della Compagnia del Canale, strinsero accordi segreti con Israele per riprenderne il controllo. Lo stato di Israele attaccò e vinse le truppe egiziane. L’ONU immediatamente intervenì e mise una forza militare a controllo del canale. Le truppe israeliane si ritirarono. Ariel Sharon nel 1956 estese il coprifuoco nei villaggi arabi sul confine giordano; all'epoca i palestinesi cittadini di Israele erano sottoposti alla legge militare. A Kafr Qasim, la polizia di frontiera sparò ai contadini che ritornavano dai campi, e che non erano stati informati dell'estensione del coprifuoco; morirono 48 persone. Nel 1959 nasce il gruppo armato palestinese al-Fath che nel proprio statuto riporta: "qualunque trattativa che non si basi sul diritto di annientare Israele sarà considerata alla stregua di un tradimento". Nel 1962 gli ebrei possono emigrare dal Marocco, permettendo a circa 80 mila persone di raggiungere Israele. Nel maggio del 1964 viene fondata l'OLP ( Organizzazione per la liberazione della Palestina ) con il benestare degli Stati arabi. Lo statuto proclama la necessità di distruggere Israele con la lotta armata, come obiettivo strategico della nazione araba nel suo complesso.

 

GUERRA DELLO YOM KIPPUR ( SEI GIORNI )

Il 22 maggio del 1967, quando le truppe ONU ebbero completato il ritiro dall'Egitto, il Presidente Jamāl ‘Abd al-Nāsir dichiara che la questione Per i paesi arabi non riguarda la chiusura del porto di Eilat, ma il totale annientamento dello Stato di Israele. Il 5 giugno del 1967 scoppia la guerra dei sei giorni. In sei giorni di guerra Israele occupa il Sinai e le alture del Golan, Cisgiordania e Striscia di Gaza. Gerusalemme viene riunificata quando nella sua popolazione di 250 mila abitanti ben 180 mila sono ebrei. Il Primo Ministro israeliano Levi Eshkol dichiara che i territori della Cisgiordania resteranno sotto il controllo israeliano sino a quando i Paesi arabi continueranno a progettare la distruzione dello Stato di Israele. Il 1° settembre la Lega Araba, riunita in Sudan, esprime 3 no: "no al riconoscimento di Israele, no al negoziato con Israele, no alla pace con Israele". La "Guerra dei sei giorni" fu anche l'evento grazie al quale Israele attirò l'attenzione degli Stati Uniti, tanto da riuscire ad attirare il 50% degli aiuti economici complessivamente forniti dagli USA alle nazioni estere, senza tener conto delle abbondanti e aggiornate forniture tecnologiche e militari. In molte note governative USA si individua come il principale pericolo per gli Stati Uniti in Vicino e Medio Oriente il nazionalismo arabo, in grado di portare a tendenze autonome e antioccidentali gli Stati di una regione fortemente strategica per l'economia mondiale. Il 22 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adotta la risoluzione n. 242 per ristabilire la pace nei Territori Occupati e per il ritorno ai confini antecedenti la Guerra del 1967. Israele annette però Gerusalemme Est, in violazione alla risoluzione, e proclama la città riunificata sua capitale. Nel 1968 iniziano gli attentati terroristici palestinesi al di fuori di Israele. Nel Settembre 1970, dopo il dirottamento di 4 aerei nell'aeroporto giordano di Zarqa, il re di Giordania scatena una repressione militare colpendo le organizzazioni palestinesi che s'erano mostrate restie a piegarsi alla sovranità della legge giordanica, legittimando così il nome che una parte di esse si dette di Settembre nero. Nel 1972 un gruppo di Settembre Nero stermina la squadra israeliana che doveva partecipare alle Olimpiadi di Monaco.

 

 

 

 

 

 

INTIFADA

Intifāda (dall'arabo: انتفاضة "intervento", "sussulto") è un termine arabo che vuol significare nella fattispecie "rivolta", "sollevazione".Il termine è entrato nell'uso comune come nome con cui sono conosciute due recenti campagne dirette a porre fine alla presenza israeliana in Palestina, presenza considerata legittima dagli israeliani e occupazione militare dalla controparte. L'Intifāda è uno degli aspetti più significativi degli anni recenti del conflitto israelo-palestinese.

La prima intifada palestinese risale al 1987, con una diminuzione delle violenze nel 1991 e un totale esaurimento del fenomeno a seguito della firma degli Accordi di Oslo (agosto 1993) e della creazione dell'Autorità Nazionale Palestinese.L'Intifāda di al-Aqsa (nota anche come Seconda Intifada palestinese) indica invece il violento riesplodere del confronto israelo-palestinese allorché, il 28 settembre 2000, l'allora primo ministro israeliano Ariel Sharon e il suo entourage di 1.000 uomini armati, entrarono nel complesso della moschea di al-Aqsa, sulla Spianata Sacra ( al-haram al-sharīf ) di Gerusalemme.

Dopo sei anni dal suo avvio, la Seconda Intifada, al 28 settembre 2006, ha causato (secondo i più accreditati strumenti di comunicazione di massa) la cifra di 5250 morti arabi palestinesi e di 1077 morti israeliani più circa 78 altre vittime per un totale di 6405. (dati aggiornati il 21 maggio 2008)

Un manifesto creato nel 1990 dal grafico Ayman Bardawil. La parola in arabo è "al-Intifada"A seguito dell'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003, Muqtada al-Sadr, un esponente del "clero" sciita, dette il via a una sollevazione che volle definire intifāda irachena che mirava a porre fine all'occupazione militare statunitense dell'Iraq.

 

PRIMA INTIFADA

Nel 1988 Re Husayn di Giordania rinuncia alla sua "tutela" sul territorio cisgiordano. Nell'agosto, il movimento integralista e terrorista Hamas dichiara il Jihad contro Israele, dando inizio a quella che sarà chiamata la prima Intifada. Gli attentati in Israele ed all'estero non si placano. Nel settembre del 1993, quello che agli occhi degli osservatori meno attenti sembrava imprevedibile accade: Arafat, a nome del popolo palestinese, riconosce lo Stato di Israele e accetta il metodo del negoziato, rinunciando all'uso della violenza e impegnandosi a modificare in questo senso lo Statuto (Carta Nazionale Palestinese) dell'OLP. Il Primo Ministro israeliano Rabin, a nome di Israele, riconosce l'OLP come rappresentante del popolo palestinese. Il 13 settembre, dopo mesi di trattative, Rabin e Arafat firmano alla Casa Bianca, davanti al presidente USA Clinton, una Dichiarazione di Principi in cui si delinea il quadro per una soluzione graduale del conflitto. Dovrebbe essere questo il punto finale della prima intifada, ma Israele continua a costruire colonie e strade per collegarle (bypass roads) nei Territori Occupati. Per gli accordi di Oslo, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania costituiscono una sola unità territoriale, ma Israele non tiene fede alla promessa di costruire un collegamento fra le due. Questo danneggia l'economia palestinese, impedisce agli appartenenti alla stessa famiglia di incontrarsi e agli studenti di Gaza di frequentare l'università in Cisgiordania. Nei Territori Occupati vigono due sistemi di leggi: uno per i coloni, uno per i palestinesi. Israele continua nella politica di distruggere le case palestinesi costruite senza permesso.

Cause

La maggior parte dei rapporti puntano il dito su un crescente senso di frustrazione fra i Palestinesi, in particolare nella Cisgiordania, ma anche a Gaza, sull'assenza di progressi nel trovare una soluzione duratura per per le loro richieste umanitarie e nazionaliste dopo la creazione di Israele nel 1948 e la Guerra dei sei giorni nel 1967. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non era riuscita a fare alcun passo avanti contro Israele fin dagli anni Sessanta e, nel 1982, era stata costretta a stabilire i suoi ministeri a Tunisi. Benché tutti gli stati della Lega Araba con l'eccezione dell'Egitto fossero ancora ufficialmente in guerra con Israele, la retorica era sfumata nella metà degli anni Ottanta, e i Palestinesi trovarono appoggio nel loro vantaggio calato. L'occupazione militare israeliana del Libano meridionale e il continuo coinvolgimento militare israeliano nella Cisgiordania e a Gaza amplificavano un crescente malcontento verso lo status quo.

I religiosi musulmani parlavano dai pulpiti contro il governo israeliano. Quando un Israeliano fu accoltellato a morte il 6 dicembre 1987 mentre faceva spese a Gaza, la tensione crebbe. L'8 dicembre, quando 4 profughi palestinesi del campo di Jabaliyya furono uccisi in un incidente stradale a Gaza, la rivolta scoppiò a Jabaliyya. Un 18enne palestinese di nome Hatem al-Sisi, dopo aver tirato dei sassi durante una di queste rivolte, fu ucciso da soldati israeliani; il fatto ebbe un effetto-rete che fece scoppiare altre rivolte.I Palestinesi e i loro sostenitori sostengono che l'Intifada era una protesta contro la brutale repressione da parte di Israele, che includeva esecuzioni extra-giudiziarie, arresti di massa, demolizioni di case, deportazioni, e così via. In aggiunta al sentimento politico e nazionale, altre cause dell'Intifada posso essere viste nella marcia indietro egiziana riguardo le loro richieste sulla Striscia di Gaza, come anche nella crescente stanchezza della monarchia giordana di sostenere le richieste giordane sulla Cisgiordania. Il forte tasso di nascite e la limitata assegnazione di terre per nuovi edifici o per l'agricoltura unite alla povertà della terra contribuirono a incrementare la densità di popolazione nei territori palestinesi. La disoccupazione cresceva. Mentre le entrate dalla manodopera in Israele giovavano all'economia palestinese, pure coloro con un'educazione universitaria faticavano a trovare lavoro.

Altri sostengono che i Palestinesi si sentissero abbandonati dagli alleati arabi e che l'OLP aveva fallito nel combattere efficacemente Israele e stabilire uno stato palestinese al suo posto, come promesso. In ogni caso, era riuscita a bloccare i tentativi israeliani di convocare elezioni-farsa nei territori (iniziati nel 1974) e molti di loro pensavano che avrebbero speso il resto delle loro vite come cittadini di serie B, senza pieni diritti politici.

Svilippo

L'8 dicembre un camion israeliano colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza a Jabaliyya, un campo profughi che al tempo ospitava 60.000 residenti. Uccise all'istante quattro di loro. Corse veloce la voce che lo scontro non era stato un incidente, ma una vendetta in nome di un Israeliano accoltellato a morte alcuni giorni prima nel mercato di Gaza. Quella sera, scoppiò una rivolta a Jabaliyya, dove centinaia di persone bruciarono gomme e attaccarono le Forze di Difesa Israeliane lì di turno. La rivolta si espanse ad altri campi profughi palestinesi e infine a Gerusalemme. Il 22 dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò Israele per avere violato le Convenzioni di Ginevra a causa del numero di morti palestinesi in queste prime poche settimane di Intifada. Molta della violenza palestinese si espresse con mezzi poveri; decine di adolescenti palestinesi affrontavano le pattuglie di soldati israeliani bersagliandoli di sassi. Comunque, col tempo questa tattica lasciò il passo agli attacchi con bomba Molotov, più di 100 attacchi con bombe a mano e più di 500 attacchi con fucili o esplosivi. Molti civili e soldati israeliani furono uccisi così.

Nel 1988 I Palestinesi iniziarono un movimento non-violento per trattenere le tasse. Il 19 aprile 1988 un leader dell'OLP, Abu Jihad, fu ucciso a Tunisi. Durante il sollevamento e la sommossa che seguirono, circa sedici Palestinesi furono uccisi. Nel novembre dello stesso anno e nell'ottobre del successivo, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite passò risoluzioni di condanna contro Israele.

Mentre l'Intifada proseguiva, Israele introduceva vari metodi di controllo delle sommosse che avevano l'effetto di ridurre il numero di morti palestinesi. Un altro elemento che aveva contribuito all'iniziale alto numero di vittime era stato l'atteggiamento aggressivo del Ministro della Difesa Yitzhak Rabin nei confronti dei Palestinesi. In un giro per il campo profughi di Jalazon nel gennaio 1988, Rabin disse: "La prima priorità delle forze di sicurezza è di prevenire manifestazioni violente con forza, potere e botte ... Faremo capire chi manda avanti i territori". Il suo successore Moshe Arens mostrò in seguito di avere una migliore idea di pacificazione, che forse si rifletté nel minore numero di morti degli anni successivi. Il 6 luglio 1989, ci fu il primo attacco suicida dentro i confini di Israele, il massacro del bus 405 a Tel Aviv. Benny Morris descrive la situazione nel giugno del 1990: "Da allora l'Intifada sembrò aver perso la strada. Un sintomo della frustrazione dell'OLP era il grande aumento nell'uccisione di sospetti collaboratori; nel 1991 gli Israeliani uccisero meno Palestinesi - circa 100 - rispetto a quanti ne uccisero i Palestinesi stessi - circa 150." Tentativi di un processo di pace nel conflitto israeliano-palestinese furono fatti alla Conferenza di Madrid del 1991.

Esito

Quando gli Accordi di Oslo furono firmati nel 1993, 1.162 Palestinesi (fra cui 241 bambini, alcuni dei quali presero parte attiva nelle violenze) erano stati uccisi da Israeliani e 160 Israeliani (5 dei quali bambini) erano stati uccisi da Palestinesi. Inoltre, approssimativamente 1.000 Palestinesi erano stati uccisi da Palestinesi in quanto presunti collaboratori, benché solo il 40-45% di questi uccisi avesse mantenuto contatti con autorità israeliane. Nei primi tredici mesi di Intifada, 332 Palestinesi e 12 Israeliani erano stati uccisi. Questo inizialmente alto dato di morti da parte palestinese era dovuto in gran parte all'inesperienza delle Forze di Difesa Israeliane nella pacificazione e nel controllo della folla. Spesso quando affrontavano dimostranti, i soldati delle FDI non avevano munizioni per il controllo delle rivolte, e sparavano a dimostranti disarmati con proiettili normali. L'Intifada non fu mai uno sforzo militare né nel senso convenzionale né nel senso di guerriglia. L'OLP (che aveva un controllo limitato sulla situazione) non si aspettò mai che la rivolta facesse conquiste dirette a discapito dello stato di Israele, in quanto era un movimento di massa e non una loro impresa. In ogni caso, l'Intifada riuscì a portare ad alcuni risultati che i Palestinesi consideravano positivi:

1 - Combattendo direttamente gli Israeliani, piuttosto che confidando nell'autorità o nell'assistenza degli stati arabi confinanti, i Palestinesi riuscirono a rinsaldare la propria identità in quanto nazione a parte, degna di auto-determinarsi. Questo periodo segnò la fine dell'abitudine israeliana di riferirsi ai Palestinesi come ai "Siriani del Sud" e in gran parte pose fine alla discussione israeliana di una "soluzione giordana"

2 - Le brusche contromisure israeliane (in particolare durante i primi anni dell'Intifada) portarono al ritorno dell'attenzione internazionale verso la situazione dei Palestinesi, come prigionieri nella propria terra. Il fatto che 159 bambini palestinesi sotto i 16 anni (molti dei quali colpiti mentre tiravano sassi a soldati delle FDI) fossero stati uccisi era particolarmente allarmante per gli osservatori internazionali. Va detto che diversi media americani criticarono apertamente Israele in una maniera senza precedenti. Il conflitto ebbe successo nel riportare la questione palestinese sull'agenda internazionale, in particolare all'ONU, ma anche in Europa e negli Stati Uniti, come anche negli stati arabi. L'Europa divenne un importante contribuente economico per la nascente Autorità Palestinese e l'assistenza e il supporto americani verso Israele divennero - almeno in apparenza - più soggetti a condizioni di prima.

3 - L'Intifada causò anche una dura battuta d'arresto all'economia di Israele. La Banca di Israele calcolò che fosse costata al paese $650 milioni in esportazioni mancate, in gran parte grazie alla riuscita di boicottaggi palestinesi e alla creazione di microindustrie. L'impatto sul settore dei servizi, inclusa l'importante industria turistica israeliana, fu notevolmente pesante.

4 - Prima dell'Intifada, c'erano dubbi su una futura esistenza di uno stato palestinese. Dopo gli accordi di Oslo, un qualche tipo di Palestina indipendente, prima o poi, sembrava una cosa piuttosto certa.

5 - Infine, Israele ebbe successo nel contenere la rivolta. Le forze palestinesi erano inferiori se paragonate alle ben equipaggiate e addestrate Forze di Difesa Israeliane. Comunque, l'Intifada causò diversi problemi riguardo la condotta delle IDF nei campi operativo e tattico, come anche il problema generale del prolungato controllo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da parte di Israele. Questi problemi furono rilevati e ampiamente criticati, sia nelle tribune internazionali (in particolare quando erano all'ordine del giorno i problemi umanitari), ma anche nell'opinione pubblica israeliana, che l'Intifada spaccò in due.

 

SECONDA INTIFADA

A settembre, il leader del partito di destra Likud Ariel Sharon, in quel momento all'opposizione, compie una "passeggiata" pubblica e preannunciata, alla spianata delle moschee di Gerusalemme, massicciamente scortato da un migliaio di militari israeliani. La "passeggiata" è vista come una provocazione e causa veementi proteste palestinesi. Sharon infatti proclama Gerusalemme Est territorio eternamente parte d'Israele, mentre di fatto da molti osservatori "neutrali" esso appare territorio illegalmente occupato. Le proteste vennero duramente represse e, durante la prima settimana, 61 Palestinesi furono uccisi e 2.657 sono feriti. All'inizio dell'ottobre del 2000, la polizia israeliana uccide anche 12 palestinesi cittadini di Israele ed un palestinese della Striscia di Gaza, disarmati, nel corso di dimostrazioni in solidarietà con i palestinesi dei Territori Occupati. Israele sta costruendo un muro di separazione, sostenendo che serve per difendersi dagli attacchi kamikaze. Secondo la Corte Internazionale di Giustizia è illegale perché viola i diritti umani: questa ha infatti giudicato che il tracciato del Muro corrisponde ad un'annessione de facto di territorio palestinese, e che costituisce una misura sproporzionata rispetto alle legittime esigenze di autodifesa di Israele, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei Palestinesi. Per raggiungere i loro campi, se questi sono dall'altra parte del Muro, questi devono passare da cancelli, controllati dall'esercito israeliano ed aperti gornalmente per periodi limitati. Tuttavia, talvolta i cancelli restano chiusi; questo porta alla perdita del raccolto. Israele sostiene invece che, ove la barriera è stata costruita, ha ridotto in modo netto gli attacchi suicidi. Per costruire la barriera sono stati eradicati, fino al 2004, più di 100.000 olivi ed alberi da frutta di proprietà di palestinesi. Il villaggio di Qalqilyia è quasi interamente circondato dal Muro, ed i palestinesi che vi vivono necessitano di un permesso da parte di Israele per raggiungere i loro campi; un terzo dei pozzi del villaggio sono situati al di là della barriera. I palestinesi che vivono fra il Muro e la Linea Verde devono richiedere ad Israele un permesso per continuare a vivere nelle loro case, oltre ad avere gravi difficoltà a raggiungere il posto di lavoro o la scuola . Raggiungere i principali ospedali, siti a Gerusalemme Est, è diventato molto difficile.

Cause

I primi problemi erano sorti poco dopo gli accordi di Oslo quando, oltre ad un clima di forte opposizione politica al processo di pace fomentato da gruppi della destra israeliana, avvennero alcuni gravissimi fatti di violenza. Il più grave fu l'uccisione del Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin da parte di un estremista religioso ebreo. L'anno prima un colono ebreo, Baruch Goldstein, aprì il fuoco sulla folla in una moschea di Hebron, con intento suicida, compendo una strage. Questo fatto fu il primo di una lunga successione di attentati. Alla morte del primo ministro Rabin la guida del governo passò nelle mani di Shimon Peres. Colui che era stato il principale architetto degli accordi di Oslo, però, nella gestione della crisi commise alcuni gravi errori: nel 1996 ordinò un bombardamento di rappresaglia in Libano contro le milizie Hezbollah (operazione Grapes of Wrath) che si risolse però in una strage di rifugiati palestinesi e ricevette una condanna dall'Onu. In un clima di scontento e perdita di fiducia dell'opinione pubblica israeliana, le elezioni furono vinte della destra e divenne primo ministro Benjamin Netanyahu, un irriducibile oppositore del processo di pace che era, soprattutto, considerato un interlocutore inaffidabile da parte dei leaders arabi.

La costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania riprese in modo massiccio, così come la confisca di terreni e la demolizione di case palestinesi. In particolare intorno a Gerusalemme un motivo di altissimo conflitto fu la volontà del governo di costruire il nuovo quartiere denominato Har Homa, decisione condannata dalla comunità internazionale. Il fallimento dei negoziati di Camp Devid e degli accordi di Sharm al-Shaykh, nel 1999, in questo quedro produsse una ulteriore instabilità politica. La stessa Autorità Palestinese cominciò a temere il pericolo di una ripresa del conflitto armato, che si si rifletteva nella decisione di Arafat di accumulare quantitativi di armi. Allo scoppio della Seconda Intifada, un fatto caratterizzante fu la partecipazione iniziale alla sommossa della popolazione araba israliana, fatto che non si era verificato durante la Prima Intifada (1987). L'uccisione di diciotto israeliani arabi, da parte della polizia di Israele, quando nei primi tre giorni gli scontri erano circostritti prevalentemente a Gerusalemme, fu tra i fatti sanguinosi che precedettero la rivolta armata vera e propria nei Territori.

Sviluppo

Con la Seconda Intifada vi fu una forte ripresa del fenomeno degli attentati suicidi da parte di kamikaze palestinesi, nelle principali città israeliane, in particolare contro luoghi di aggregazione civili come autobus e locali notturni. Questi atti terroristici erano stati già presenti negli anni precedenti ma non avevano ottenuto un significativo consenso politico da parte dell'opinione pubblica palestinese. Gli Israeliani, da parte loro, procedettero a a varie operazioni contro la popolazione civile come la demolizione di edifici e quartieri, nella striscia di Gaza sia in Cisgiordania, una politica di "omicidi mirati" a sfondo politico e battaglie sangiuinose come l'assedio di Jenin.

Esito

Le cifre della Seconda Intifada, aggiornate al 15 febbraio 2006, parlano di un totale di 4.995 morti di cui 3.858 di parte palestinese e 1022 di parte israeliana. Al 28 settembre 2006, a sei anni esatti dall'inizio della Seconda Intifada, molti mezzi di comunicazione riportarono la cifra di 4312 morti palestinesi e di 1084 morti israeliani. A sette anni dall'inizio i morti palestinesi sono saliti, secondo il Centro Palestinese di Statistica, a 5000 unità.

 

TERZA INTIFADA

La Terza Intifada ha origine dal riesplodere del conflitto israelo-palestinese nel dicembre 2008, dovuto principalmente alla dura risposta di Israele,con il bombardamento delle sedi istituzionali di Hamas a Gaza,ai razzi lanciati da Hamas su Israele nel corso di tutto il 2008. Il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, ha invocato una "terza Intifada". Il bombardamento di Gaza del 27 dicembre 2008 ad opera dell'esercito di Israele ha provocato sino ad ora oltre 420 morti e 2.180 feriti tra i Palestinesi[senza fonte]. Nel bombardamento si contano come vittime numerosi miliziani di Hamas,il capo della polizia palestinese e numerose altre vittime civili. Per rappresaglia Hamas ha intensificato il lancio di razzi,facendo una vittima israeliana.

 

GRUPPI ESTREMISTI

 

HAMAS

amās, acronimo di arakat al-Muqāwwama al-Islāmiyya (in arabo: حركة المقاومة الاسلامية, "Movimento di Resistenza Islamico", ovvero حماس, "entusiasmo, zelo") è un'organizzazione religiosa islamica palestinese di carattere paramilitare e politico, che attualmente detiene la maggioranza dei seggi dell'Autorità Nazionale Palestinese. Lo Statuto di Hamas richiede la distruzione delle Stato di Israele e la sua sostituzione con un Stato islamico palestinese nella zona che ora è Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. La stessa carta dichiara che "Non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel jihad". L'ala politica di Hamas ha vinto numerose elezioni amministrative locali in Gaza, Qalqilya, e Nablus. Nel gennaio 2006, Hamas con una vittoria a sorpresa alle elezioni parlamentari palestinesi, ottenne 76 dei 132 seggi della camera, mentre al-Fatah ne ottenne solo 43. La carta costitutiva di Hamās, scritta nel 1988, dichiara che il suo obiettivo è di "sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice della Palestina", cioè di eliminare lo Stato di Israele, e di rimpiazzarlo con una teocrazia islamica. Questo rende Hamās del tutto diversa rispetto ai movimenti cosiddetti integralistici musulmani che propugnano la lotta in tutto il mondo islamico. Hamās limita rigidamente infatti, per Statuto, la sua attività di lotta alla sola Palestina. La carta cita una serie di teorie cospiratorie antisioniste; essa dichiara che i Protocolli dei savi di Sion sono autentici, e che la massoneria, il Lions Club e il Rotary "lavorano nell'interesse del Sionismo" segretamente. I membri di amās inoltre dichiarano che il popolo ebraico è collettivamente responsabile della Rivoluzione francese, del "colonialismo occidentale", del comunismo e di entrambe le guerre mondiali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AL-FATAH

Al-Fatah o, più comunemente, Fatah (ma, correttamente, al-Fat, ألفتح, visto che in arabo al-Fatà, scritto الفتى e الفتاة, significa "il/la giovane"), è un'organizzazione facente parte dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Al-Fat è stata fondata nel 1959 da Yāser Arafāt.Il nome deriva da FT, acronimo inverso dell'espressione araba arakat al-Tarīr al-Filasīnī (Movimento di Liberazione Palestinese, quindi parole molto simili a quelle che compongono l'acronimo OLP). L'acronimo "ATF" avrebbe avuto lo stesso suono di un sostantivo che significa "morte", e perciò Arafāt preferì invertire l'acronimo che, come "F[A]T, può venire così anche a significare "conquista" o "vittoria in battaglia". Al-Fat, pur non avendo mai raccolto l'unanimità dei consensi palestinesi, è stata fino al 2006 la maggior organizzazione palestinese, fin quando, a partire dalla fine degli anni novanta, la sua popolarità è stata insidiata in termini numerici e di popolarità dall'organizzazione radicale islamica chiamata amās, che gode di grande credito, a fronte delle sempre più ricorrenti accuse di corruzione di cui sono stati negli ultimi anni oggetto i vertici dell'OLP e, conseguentemente, la stessa al-Fat. Tutto ciò ha portato nel 2006 amās a una clamorosa (per quanto ampiamente prevedibile) affermazione nel corso delle elezioni politiche palestinesi e, nel mese di marzo, l'incarico di formare il nuovo governo dell'Autorità Nazionale Palestinese è stato per l'appunto affidato dal Presidente Abū Māzin al leader di amās.

 

CONFLITTI INTERNI

Il conflitto Fatah-Hamas (arabo: النزاع بين فتح و حماس), chiamato anche guerra civile palestinese (arabo: الحرب الأهلية الفلسيطينية), iniziò nel 2006 e continua, in un modo o nell'altro, nella metà del 2007. Il conflitto è fra le due principali fazioni palestinesi, Fath e Hamas, che competono per garantirsi il controllo dei Territori Palestinesi. La maggioranza dei combattimenti si svolge nella Striscia di Gaza, che è stata conquistata da Hamas nel giugno 2007.

Elezioni del 2006

Hamas vinse le elezioni palestinesi del 2006. Di conseguenza, Israele, gli Stati Uniti, l'Unione Europea, molte nazioni occidentali e i paesi arabi imposero sanzioni sospendendo tutti gli aiuti stranieri, dai quali i Palestinesi dipendono, ma promettendo tuttavia di ripristinarli se Hamas avesse riconosciuto Israele, accettato gli accordi stipulati dallo sconfitto regime di al-Fath e denunciato le violenze. Nonostante le sanzioni, e l'incidenza del riuscito blocco dei confini,[2] i leader di Hamas furono in grado di far entrare nei Territori Palestinesi abbastanza soldi da mantenere i servizi di base di salute ed educazione. Lo sconfitto partito al-Fath mantiene il controllo della maggior parte dell'apparato di sicurezza. L'amministrazione statunitense finanziò e armò la Guardia Presidenziale di Mahmud Abbas.

Prima fase combattimenti

Il 15 dicembre 2006 scoppiarono i combattimenti nella Cisgiordania dopo che le forze di sicurezza palestinesi spararono su un raduno di Hamas a Ramallah. Almeno 20 persone furono ferite nei combattimenti che arrivarono poco dopo l'accusa a Fatah da parte di Hamas di tentare di uccidere Ismail Haniya, il primo ministro palestinese. Intensi combattimenti continuarono nel dicembre 2006 e nel gennaio 2007 nella Striscia di Gaza. Molti cessate il fuoco fallirono, venendo violate da continue battaglie. Nel febbraio 2007 i rivali palestinesi si incontrarono nella città santa della Mecca, in Arabia Saudita e raggiunsero un accordo assicurando il cessate il fuoco. Comunque, incidenti minori continuarono in marzo e aprile 2007. Più di 90 persone furono uccise in questi mesi.

Seconda fase combattimenti

Verso la metà del maggio 2007 i combattimenti sfociarono nuovamente per le strade di Gaza. In meno di 20 giorni più di 60 Palestinesi furono uccisi. I leader di entrambi i partiti cercarono di fermare i combattimenti con decine di tregue, ma nessuna di esse resse più a lungo di un paio di giorni.

 

Secondo molte fonti Hamas ebbe più successo del Fath nella seconda parte dei combattimenti. Alcuni attribuiscono questo fatto alla disciplina e al migliore addestramento dei combattenti di Hamas[9], in quanto la maggior parte delle morti è avvenuta nella fazione del Fath. Comunque, le forze armate del Fath sono maggiori in numero e ufficiali della sicurezza da Israele e dagli Stati Uniti afferma che Hamas sottostima le proprie perdite.

Terza fase combattimenti

Nei primi giorni del giugno 2007, nel mezzo degli attacchi israeliani nella striscia di Gaza in risposta ai continui bombardamenti di Sderot con razzi Qassam (come parte del conflitto israeliano palestinese), dalle strade di Gaza City si potevano udire spari e lanci di razzi. In mezzo anno più di 150 Palestinesi sono stati uccisi nelle lotte interne, alimentando la paura che potesse scoppiare la guerra civile nel territorio controllato dall'ANP, e in particolare a Gaza.I combattimenti iniziarono il 10 giugno; l'11 giugno quattro Palestinesi furono uccisi quando Hamas dichiarò di essere al potere nella città settentrionale di Beit Hanun.[10] Il 12 giugno combattenti di Hamas circondarono il quartier generale di Fatah a Gaza, dove 500 combattenti di Fatah si erano asserragliati. I militanti di Hamas attaccarono l'edificio e, dopo diverse ore di intensi combattimenti, presero controllo del quartier generale. Inoltre furono prese anche molte altre postazioni di Fath lungo tutta la Striscia di Gaza. Si affermò che si erano svolti combattimenti in almeno due ospedali. Per la fine del giorno le città di Beit Lahiya e Jabaliyya erano sotto il controllo di Hamas. Ancora adesso continuanoa d esservi scontri e morti tra le due fazioni.

 

SIMBOLI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AL-FATAH

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HAMAS

Scritto da: giogiopic alle ore 14:56 | link | commenti | Categoria: